lunedì 17 febbraio 2014

CHI STAVI GUARDANDO, CHI TI GUARDAVA?

(Oggi esce un libro speciale per me. Si intitola Back to the Wild ed è la raccolta delle fotografie, e dei pochissimi testi, lasciati da Chris McCandless durante il suo vagabondaggio di due anni in giro per l'America. È stato pubblicato dalla fondazione benefica della famiglia McCandless e portato in Italia dai ragazzi di No Borders Magazine, che mi hanno chiesto di curarne l'introduzione. Eccola qui. Per me è stato un onore non solo scriverla, ma sapere che i genitori di Chris l'hanno letta e ne sono stati contenti. Il libro è in edizione limitata, è disponibile soltanto online e si può comprare qui.)



Il mistero più grande intorno a Chris McCandless, per chi come me l'ha amato dopo e da lontano, non è tanto la meta del suo famoso viaggio - un progressivo addio alla società, alla famiglia, alle relazioni affettive, ai beni materiali - quanto l'assenza di una scia di parole a segnarne la strada. Thoreau era andato nei boschi per gli stessi motivi, ma con il proposito di scriverne un resoconto: altrimenti, per come la vedeva lui, la sua esperienza non avrebbe avuto senso. E così la vedeva anche l'altro maestro di Chris, Tolstoj, inseparabile dal proprio diario, per la stessa convinzione che una ricerca personale sia incompiuta se non finisce nella parola, come un esperimento è inutile se i suoi risultati non vengono comunicati al mondo. Chris invece non scriveva quasi niente. Il suo epistolario è ridotto all'osso: una manciata di cartoline in tutto - cartoline! - e quell'unica lettera di rilievo, spedita a un amico prima dell'Alaska e finita per diventare un testamento spirituale. Quella lettera infittisce il mistero anziché risolverlo: dunque Chris era uno che sapeva scrivere, anzi lo faceva con passione, ma allora perché non ci ha lasciato una riga? Provate a prendermi, sembrano dire i suoi rari messaggi. O meglio: provate a capirmi. Come la tavola di legno ritrovata nel magic bus, la saga di Alexander Supertramp cantata da sé medesimo, non priva di retorica ma nemmeno di ironia (niente biliardo! niente cani né gatti! niente sigarette!). E soprattutto il registro di caccia alaskano, una beffa per chi cercherà di decifrarlo - oggi tre scoiattoli, oggi un porcospino, oggi niente, oggi niente - quasi a dire che il cibo, il bene sacro a cui non si può rinunciare, è anche l'unico fatto di cui valga la pena di tenere traccia, altro che ricerca interiore (Chris è morto di fame, alla fine, perciò in fondo aveva ragione lui: il cibo era davvero la cosa più importante da registrare. Ma in quel foglio c'è una tensione drammatica di cui non poteva essere consapevole. Non sapeva come sarebbe finita e non sapeva che dentro ci avremmo letto la storia di un'agonia, immaginando che cosa gli è successo dalla cronaca della sua dieta). Ecco il punto, l'omissione che sarà risultata intollerabile a chi gli voleva bene: non ci pensava a noi che restiamo? Oppure ci pensava eccome, e il silenzio è stato un'altra ribellione, le parole un altro artificio di cui ha voluto spogliarsi?

Poi c'è quell'ultimo biglietto. La foto con quel sorriso scheletrico e la pagina in cui ha scritto che lui non si era mica sbagliato, gli andava benissimo così: ho avuto una bella vita, grazie di tutto, addio. Con l'altra mano saluta, come uno che sta per partire. Eppure: perché non riesco a guardarlo senza vederci un bisogno disperato di spiegarsi, di parlare con noi?

Poi ci sono le foto, appunto. Quegli autoscatti celebrativi, così in contraddizione con la scelta del silenzio. A me parlano di un ragazzo di ventiquattro anni - l'età è una cosa che tendo a dimenticare quando penso a Chris - che certe volte avrà avuto paura durante il suo viaggio, e si sarà sentito molto solo. Allora forse aveva bisogno di mettersi in posa, alzare il pugno al cielo, ululare come un lupo e trasformarsi ancora una volta nel suo supereroe vagabondo. È una vanità innocente, per come la vedo io - un modo di farsi compagnia e coraggio - eppure, osservando le foto di questo album, ogni tanto mi viene da chiedermi chi le abbia scattate. Sembra impossibile che non ci fosse nessuno, dall'altra parte dell'obiettivo. Per chi stavi sorridendo in quel modo, a chi regalavi quell'istante così pieno di vita? Viene da immaginare un amico, un'amica, un amore di qualsiasi tipo. Non può essere solo l'orizzonte, una macchina fotografica appoggiata sullo zaino. Chi stavi guardando in quel momento? Guardavi la tua famiglia, oppure Wayne, Jan, Russell, e tutti quelli che hanno cercato di adottarti? Stavi guardando te stesso da vecchio, sempre che tu ti sia mai immaginato così, per ammonirlo come hai fatto con loro, ricordargli qualcosa che nel frattempo poteva essersi dimenticato? Stavi guardando noi che ti guardiamo adesso, vent'anni dopo, e siamo qui a cercare le parole che tu, caro Chris, hai deciso di non lasciarci? Stavi guardando me?

Personalmente, la storia di Chris McCandless mi è stata di grande ispirazione. Non solo filosofica: avrei fatto scelte diverse, credo, se non ne fossi venuto a conoscenza, abiterei in altri posti, starei con altre persone; in un momento particolare, mi ha dato il coraggio che mi serviva. Chris era uno di quelli che cambiano le vite degli altri, e non ha smesso di farlo nemmeno dopo. Se potessi mandargli una cartolina da questo punto della mia vita, ne sceglierei una con una bella montagna e dietro ci scriverei grazie, con il minimo possibile di parole, come piaceva a lui.

lunedì 2 dicembre 2013

RITORNO A GOTHAM

   (Ecco l'inizio di un nuovo progetto, o la continuazione di uno vecchio. Dedicato ai due fratelli che mi accompagnarono in quei primi giorni: quello che mi spiegò i nomi degli alberi, quello che mi regalò la bici. Grazie a tutt'e due.)

   Uscire dalla porta dell'aereo, di nuovo in città dopo due anni e dritto dalla montagna, è come aprire gli occhi dal sonno e strizzarli alla luce. Non c'è un mese migliore di ottobre per tornare a New York. Il sole del pomeriggio mi manda indietro nelle stagioni fino a un'estate che ormai credevo esaurita da un pezzo, sepolta sotto i maglioni di lana e la prima neve che ho visto cadere partendo. Per via del paesaggio che ho avuto intorno fino a poco fa, appena sbarcato mi sorprendo a osservare non la distesa placida del Queens, né il profilo di Manhattan che vibra all'orizzonte, ma il gran cielo della costa atlantica, le sue nuvole basse e come schiacciate da un peso, la striscia di mare che costeggia l'aeroporto. Sotto i binari della sopraelevata con cui mi avvio in città diventa una zona paludosa: l'avevo mai notata prima? Ed è un airone quello che vedo posarsi tra le canne della riva, accanto a un mucchio di pneumatici incagliati nel fango? Mi ricordavo, sì, di questi atti di guerriglia della natura newyorkese - l'edera sui pali della luce in legno, i gatti randagi nei lotti abbandonati - il suo inselvatichire la città appena volta lo sguardo, e dove è più facile che si distragga. Cerco i nomi degli alberi, camminando verso casa dalla metropolitana. Riconosco l'acero dalla foglia a cinque lobi e il platano dalla corteccia che si stacca come una crosta, lasciando macchie chiare nel tronco. E poi, all'angolo tra Court Street e Carroll, perfino un abete argentato. Oggi non è un abete ma un messaggio per me - è la montagna che mi saluta dopo avermi accompagnato fin qui, come si affida un amico alla sua nuova casa. Chi l'avrebbe mai detto: non le facciate delle brownstone né le zucche di Halloween sui davanzali, ma gli alberi dei giardini di Brooklyn questa volta mi danno il bentornato in città.

   Nel cortile sotto casa c'è un fico. Esco a bere la mia birra rituale sulla scala antincendio e ritrovo le piscine gonfiabili, il sapore della Brooklyn Lager, gli steccati dipinti di fresco e i giocattoli dei bambini. Ma il fico non me lo ricordavo: come c'è finito qui? È proprio vero che non cambiano le cose ma solo gli occhi con cui le guardiamo. Così, in un certo senso, passo i primi giorni a confrontare i cambiamenti del quartiere e i miei. Una volta lo giravo a piedi, ora preferisco la bicicletta: nell'euforia per questa estate d'ottobre ne compro una usata con cui andare a zonzo, a fare il conto degli amici dispersi e registrare le novità. Cose che prima non c'erano: un buon numero di negozi e ristoranti, così tanti bambini e scuolabus, le piste ciclabili. Cose che non ci sono più: la casa con le statue dei santi alla finestra e le due vecchie sorelle che ci abitavano; l'emporio all'angolo tra Union e Hicks Street, quello aperto tutta la notte con il commesso che dormiva sul bancone; i capannoni industriali a sud del ponte e i moli dismessi. Lì stanno costruendo un parco. Si chiama Brooklyn Bridge Park e ha l'aria di essere destinato a diventare un posto magnifico, affacciato com'è su Manhattan e il fiume. Lo scopro una domenica, pieno di gente. Avevo mai visto tanti arabi a Brooklyn? Libanesi e siriani di Atlantic Avenue grigliano spiedini d'agnello accanto ai banchi di frutta e verdura dei coltivatori locali, il mercato di cui avevo trovato il volantino. L'altra novità è la Freedom Tower al di là del fiume, dove una volta c'erano le Torri Gemelle, ma impiego poco a decidere che non mi piace. È fredda e ostile, mi trasmette tutt'altro che un'idea di libertà. Cose che sono rimaste uguali: continuo a preferire questa riva del fiume a quella, questi uomini dai baffi folti, queste donne velate, questi ragazzi e le loro bancarelle a quelle torri di vetro di cui non riesco a cogliere l'anima. Avevo una mezza idea di attraversare il ponte in bici, oggi, ma decido di rimandare. Mi ci vorrà un po' di tempo anche questa volta per fare pace con l'isola.

   Compro un libro sulla cucina degli immigrati d'inizio Novecento, e un altro sulle autoproduzioni alimentari di questi anni. Comincio a raccogliere idee per un discorso su New York e il cibo. Sarà senz'altro la storia di un'ossessione: questa città non fa che mangiare tutto il tempo, perciò bisognerà indagare la natura della sua inestinguibile fame. Prima, penso, dovrei occuparmi della materia prima - il pane e il vino di New York che cosa sono? Poi dei suoi otto milioni di affamati. Seguendo una traccia partita dal farmers market scopro un fenomeno dilagato mentre non c'ero: sui terrazzi e nei cortili, nei parchi pubblici, perfino nei giardinetti di quartiere, sono spuntati centinaia di orti urbani. Ne visito uno grande come un campo sotto le case popolari di Dwight Street, palazzoni di dodici piani ai cui piedi si coltivano lattughe, cavoli, carote, cetrioli, tutta la verdura d'autunno che tra qualche giorno sarà raccolta e distribuita tra gli abitanti. Imparo anche che l'agricoltura urbana non è una pratica inedita a New York - anzi, si potrebbe riscrivere la storia della città attraverso quella dei suoi orti, che scompaiono nei periodi di benessere e ricompaiono con le crisi: è successo negli anni Settanta così come durante la Depressione, e prima ancora nell'epoca che il mio libro chiama Age of Migration, il quarantennio a cavallo tra Otto e Novecento in cui dall'Europa sbarcarono milioni di immigrati. A quanto pare erano italiani i contadini più industriosi. Sfruttavano qualsiasi terreno libero, in una città che intanto veniva furiosamente edificata, e alla peggio si arrangiavano sui tetti di casa, riempiendo scatole e barattoli con la terra portata via dai cantieri. Così le loro finestre si riconoscevano per il basilico sul davanzale, e i loro cortili, quando ne avevano uno, per un albero che, con il tempo, diventò una specie di bandiera. Ne leggo il nome con stupore: quell'albero era il fico. Possibile che sia una coincidenza? La pianta che ho sotto la finestra non ha certo un secolo, ma secondo Bob, mio amico e padrone di casa, il fico era già lì quando lui è arrivato, una trentina d'anni fa, ed è sicuro che allora ci abitassero degli immigrati, perché ricorda non solo gli orti ma anche le galline e i conigli allevati nei cortili. Il che, a suo parere, riduce le possibilità a due: erano italiani o portoricani. Ora che ci pensa, gli torna in mente perfino una capra. Te lo immagini?, dice ridendo. Adesso vedi le sdraio e le piscine gonfiabili, allora erano capre e galline.

   Di mattina dal mio letto ascolto le sirene delle navi. Per colpa del fuso orario è già da un pezzo che mi giro e mi rigiro, sperando di riuscire a dormire ancora un po' prima che faccia giorno. Poi però si sente questo fischio lungo, inconfondibile: in molti quartieri te ne puoi anche scordare, che New York è un porto, ma dove abito io vieni svegliato dai mercantili in partenza, e basta salire sul tetto per vederli prendere il largo. Allora mi alzo, come per un senso di solidarietà verso i marinai in servizio. Mentre aspetto il caffè mi affaccio alla finestra, a osservare il mio fico e i cortili di Brooklyn che una volta erano campi e pascoli. Se il cibo è il legame dell'uomo con la terra, mi dico, allora la mia indagine dovrebbe riguardare questo: i modi in cui le persone si sono impossessate della città, o ne sono state respinte, e i modi in cui la città le ha affamate o nutrite. Tra loro mi ci metto anch'io, non è una posizione più giusta? Non dovrei dire loro, dovrei dire noi. Ci conquistiamo un fazzoletto di terra dove affondare le nostre radici, e subito dopo cominciamo a chiamarlo casa.
   Poi prendo la bici ed esco. C'è un bar a Red Hook dove vado spesso, nelle mattine di sole, solo perché mi piace stare un po' davanti al mare prima di fare qualsiasi altra cosa. È nascosto tra gli imponenti, monumentali magazzini di mattoni rossi del tardo Ottocento, conservati con un rispetto per nulla newyorkese, o forse dimenticati per loro fortuna, chissà. Da fuori ricordano i porti del Nord Europa e l'età dell'oro della marina mercantile, ma dentro vanno via via trasformandosi in laboratori e gallerie d'arte, oltre che negli immancabili ristoranti e nei bar come il mio. Anche se in realtà è solo l'angolo di un supermercato: entri dal reparto ortofrutta, superi corridoi di scatolette, arrivi alla caffetteria e da lì puoi uscire a fare colazione in una specie di veranda sul retro. La veranda è affacciata verso sud, così Manhattan rimane alle spalle e tutto quello che si vede è la baia, l'atollo su cui è piantata la Statua della Libertà, la lunga costa industriale del New Jersey e quella più verde di Staten Island, e poi il ponte di Verrazzano che la collega con Brooklyn. Ora l'acqua è più pulita di un tempo e il viavai di battelli e navi molto meno caotico, e tra i motoscafi della polizia e le petroliere capita perfino di vedere qualche barca a vela. Oltre il ponte c'è l'oceano aperto. Ma è difficile notarlo se non lo sai, è solo un breve tratto di mare nella foschia: sembra un punto dell'orizzonte senza nessuna importanza, non si direbbe che siamo arrivati tutti da lì.

   (fotografia di Luisa Romussi)

martedì 5 novembre 2013

BALLANDO A NOTTE FONDA

    (Racconti, sempre racconti: esce in questi giorni l'ultima raccolta di Andre Dubus, pubblicata nel 1996 e finalmente portata in Italia da Mattioli 1885, come il resto della sua opera. Dubus è un maestro dimenticato e per fortuna riscoperto, il cui lavoro è vicino a quello di Richard Yates, o di Tobias Wolff, o di Charles D'Ambrosio - scrittori di ritratti, mi verrebbe da definirli, ma mi propongo di riparlarne in un discorso più lungo. Per il momento è stato un onore scrivere la prefazione a questo libro.)

     Andre Dubus amava molto un racconto di Hemingway, ambientato in Italia nel 1917 e intitolato "In un altro paese". E' la storia di un gruppo di reduci ricoverati a Milano, dopo essere stati feriti sul fronte austroungarico. A un soldato americano è saltato per aria un ginocchio, e la sua gamba non si piega più; un altro ha il volto sfigurato e nascosto sotto un velo nero; un altro ancora è un maggiore italiano con una mano ridotta a un moncherino. Vengono curati con metodi sperimentali, alla cui efficacia nessuno sembra credere davvero, ma è un modo come un altro per ammazzare il tempo: di sera vanno in osteria, dove gli italiani stanchi della guerra insultano loro e le loro medaglie, e di giorno si ritrovano in ospedale. Qui il soldato americano stringe amicizia con il maggiore, che si mette in testa di insegnargli la grammatica facendo conversazione. Finché un giorno il maestro va su tutte le furie dopo avere scoperto che l'allievo ha intenzione di sposarsi, una volta tornato in patria: se un uomo non vuole perdere qualcosa, gli ripete ossessivamente, non dovrebbe mettersi nella condizione di poterla perdere; altrimenti è sicuro che la perderà. Ma perché dovrebbe perderla?, chiede il soldato. Perché la perderà!, grida il maggiore. Non sta parlando di una mano né di un ginocchio né di un naso: è appena rimasto vedovo, come leggiamo poco dopo, e non riesce a darsi pace. Per un momento cede perfino al pianto. Alla fine si ricompone e chiede scusa per essersi lasciato andare. Da quel giorno continua a presentarsi in reparto ma senza parlare più, solo limitandosi a guardare fuori dalla finestra. E' l'ultima riga del racconto: dove capiamo che l'altro paese del titolo non è l'Italia ma un diverso tipo di terra straniera, quella desolata e buia in cui ci inoltriamo dopo avere subito una grave ferita dello spirito.
     E' lo stesso paese in cui abitano i personaggi di Dubus. Tutti, uomini e donne, si portano dietro una mutilazione. Se la sono procurata in guerra, o nel matrimonio, o durante l'infanzia. Alcuni la nascondono bene, e solo osservandoli attentamente si riesce a notare una leggera zoppia, una mano sempre tenuta in tasca; altri girano con un velo sul volto e allora è proprio impossibile non chiedersi quale ferita ci sia sotto. I più disperati sono quelli che stanno scontando i loro peccati - un adulterio, un atto di violenza, una vigliaccheria, una scelta sbagliata che poi si è rivelata cruciale - e perciò vivono nel rimorso e non riescono a smettere di guardarsi indietro. Noi però li incontriamo quando tutto è già successo, e questo a me pare il più serio motivo per cui Dubus è sempre rimasto fedele alla forma racconto, che è una forma aperta e permette di cominciare dopo che una tragedia si è ormai consumata, lasciarla indietro, occuparsi piuttosto di ciò che rimane. A lui interessava quel dopo, l'altro paese in cui vivono i suoi personaggi smarriti, che hanno perso tutto o quasi.
     Come si curano, o provano a curarsi, questi uomini e queste donne? Di solito con un nuovo amore. Che è un amore guardingo e sospettoso, un amore che ha imparato la lezione del maggiore: se non vuoi perdere non metterti nella condizione di farlo, se non vuoi altro dolore stai lontano dal campo di battaglia. Naturale che non regga, un amore così. Alcuni allora decidono di tagliare prima, non presentarsi all'appuntamento: sempre meglio una ferita pulita, disinfettata e nascosta dalle bende, che una ferita offerta a chi può riaprirla e farla sanguinare. Oppure no? Non è la fiducia il principio di ogni possibile guarigione?
     Dubus non dava risposte certe. Diceva di aver pensato per anni, e di averlo spiegato mille volte ai suoi studenti, che il racconto di Hemingway parlasse dell'impossibilità della cura. Poi gli era accaduto di restare invalido lui stesso, e aveva cominciato a leggerlo in un modo un po' diverso. A notare cose che prima non notava. Per esempio il rapporto tra i soldati: è vero che nessuno di loro crede nella terapia, però almeno si danno ascolto a vicenda, e quanto vale un compagno disposto a ricevere la tua storia? E poi il maggiore: un uomo così potrebbe facilmente tirarsi un colpo in testa, è quello che ci aspetteremmo da lui; invece ogni mattina si alza, va in ospedale e fa gli esercizi che un medico gli dice di fare. Perciò forse, pensò Dubus, è un racconto che parla di gente che prova a guarire. Ci prova come può, però ci prova. E con quell'idea in testa scrisse i suoi ultimi racconti, contenuti in questo libro. Se c'è chi scrive per turbare i giusti e chi per consolare gli afflitti e i peccatori, io direi che Dubus scriveva per dare coraggio a chi ha paura. A quelli terrorizzati da tutti gli sbagli che devono ancora fare. Ogni sua riga mi sembra piena d'affetto verso di loro.
     C'è un finale ricorrente nelle sue storie, che a noi lettori di racconti ricorda Salinger più che Hemingway, e un altro soldato ferito che non chiudeva occhio da giorni. Era il Sergente X, distrutto da ciò che aveva visto in guerra. Poi la lettera di una ragazzina, la sua inaspettata dolcezza, gli faceva venire un gran sonno come per incanto. E lui lo accoglieva pensando: prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmé, e avrai un uomo che ha ancora la possibilità di guarire. Così si addormentano gli insonni di Dubus, come deponendo le armi con cui non smettono di torturarsi, chiudendo gli occhi sul male commesso e affidandosi finalmente alla vita che deve ancora arrivare.


sabato 12 ottobre 2013

TOO MUCH HAPPINESS


Sono giorni di festa per noi lettori di racconti. Chi l'avrebbe mai detto: il Nobel per la letteratura a una narratrice che, in vita sua, non ha scritto nemmeno un romanzo. Certo che per ottenerlo Alice Munro ha dovuto lavorare parecchio: circa centocinquanta racconti scritti in quarantacinque anni di carriera, al ritmo di tre o quattro all'anno, senza fermarsi mai. Nel più vecchio, "Walker Brothers Cowboy", parlava di suo padre e di se stessa bambina, proprio come negli ultimi usciti l'anno scorso, nel libro che ha dichiarato essere il suo addio alla scrittura. Ma in fondo per tutta la vita ha scritto di fughe e ritorni. E ora mi piace ricordare che quando ha esordito lei, nel 1968, Raymond Carver faceva le pulizie di notte in un ospedale, il più delle volte ubriaco, e Grace Paley manifestava contro la guerra in Vietnam per le strade del Village, e adesso che entrambi sono morti da tempo questo premio è anche per loro due, che della Munro sono stati fratelli. E per le sue maestre del sud, Flannery O'Connor e Carson McCullers, e tutti quelli che hanno scelto di scrivere storie di poche parole. "Spero che questo premio faccia vedere alla gente il racconto come una forma importante d'arte", ha detto la Munro, "non solo qualcosa con cui giocare in attesa di avere per le mani un romanzo". Come gli altri, ha sempre sostenuto di essere stata costretta a scrivere racconti, perché non aveva tempo. Che è una battuta ma suggerisce quale sia il suo rapporto col mondo: c'è troppa vita là fuori per chiudersi in una stanza a meditare, e di quella vita i suoi racconti traboccano come bricchi del latte lasciati sul fuoco. Un critico americano ha detto che, più che nei quattordici libri in cui sono stati raccolti, stavano bene sulle riviste in cui via via uscivano, sulle colonne del New Yorker: tra un reportage da un paese in guerra e un'inchiesta di costume, come se il racconto non fosse solo un brano di prosa ma un altro tipo di informazione sul mondo, un modo di capirlo meglio; e che tra le informazioni respirasse, le nutrisse e ne fosse nutrito. E' proprio così: un buon racconto ci informa su come si sta sulla terra. "L'obiettivo della mia scrittura è sempre stato offrire una rivelazione su cos'è davvero la vita. Voglio che i lettori pensino: sì, la vita è così. Perché è la reazione che ho io davanti alla scrittura che amo di più. Una sensazione di meraviglioso sbalordimento. E di gratitudine per aver visto la vita in modo così intenso, attraverso la scrittura". Forse per questo la sua ultima raccolta si intitola "Dear Life", come la lettera d'addio di qualcuno che l'ha amata molto.

Osservata dalla fine, è la coesione del suo lavoro che fa impressione. Si parla a volte di "romanzi di racconti", e anche tra le raccolte della Munro ce n'è qualcuna che potrebbe esser letta così (tanti citano un titolo, "Lives of Girls and Women", che in certe sue bibliografie passa per romanzo; io ci aggiungerei "Chi ti credi di essere?" e "La vista da Castle Rock"), però a me sembra che qui la questione perda di significato. Tutti i racconti di Alice Munro dialogano tra loro. Quelli vecchi aiutano molto nella comprensione di quelli nuovi, quando ritrovi per esempio un padre allevatore, una matrigna efficiente e volgare, una figlia divorziata ed eternamente in crisi, un paese che è sempre lo stesso pur cambiando ogni volta nome, e ti sembra di rincontrare dei vecchi amici nelle loro vecchie case. E' come un unico enorme edificio: centocinquanta racconti connessi in un mosaico, al punto che distinguere tra le tante raccolte un giorno non avrà più importanza, com'è successo con Cechov, con la O'Connor, con tutti i bravi scrittori di racconti. Faulkner aveva fondato la contea di Yoknapatawpha, cuore di un immaginario stato del sud, per avere un luogo in cui ambientare racconti e romanzi, e nel caso di Carver fu un critico a ribattezzare Carver Country quella parte di midwest tutta villette, motel e disperazione; con altrettanta legittimità oggi potremmo prendere una mappa d'America, guardare a nord e trovare il paese di Alice Munro. A me non pare molto importante definirne i confini politici (è Canada, ma se fosse Michigan o Minnesota cambierebbe qualcosa? La lingua, la cultura, il paesaggio, le storie delle persone? Ha senso parlare di letteratura canadese, o non è piuttosto un'unica tradizione nordamericana?). E' un territorio sterminato fatto di laghi e boschi, e campi, fattorie, silos di cereali, ogni tanto un paese e molto più raramente una città, che sono sempre Toronto, all'est, e Vancouver all'ovest. Questo paesaggio nei racconti non è scenografia ma personaggio: vivo, misterioso, generatore di conflitti e movimenti narrativi. La campagna è l'infanzia da cui scappare e molto più tardi il ritorno alle origini, un ritorno che non dà pace ma pone domande, scoperchia segreti, riapre ferite. La città è una liberazione in gran parte fallita, come falliscono i matrimoni e certe lotte personali, lotte per cambiare se stessi prima che il mondo intorno. Detto per scherzo ma poi neanche troppo: il primo marito di Alice Munro faceva il libraio, il secondo invece era un geografo. E di geografia, geologia, botanica sono fitti i suoi racconti, le sue donne tese a osservare il paesaggio che hanno intorno, a interrogarlo, a cercar di capire dove sono e come ci sono arrivate. Ogni volta che ricominci, che leggi la prima riga di una delle sue storie ti ritrovi lì. Preferibilmente tra gli anni Cinquanta e Settanta, perché Munro Country non è solo un luogo ma un'epoca - anch'essa fatta di rivoluzioni e restaurazioni, fughe e ritorni. Io non sono mai stato da quelle parti e sono nato subito dopo, eppure, come mi succede con pochi grandissimi scrittori, sento che quello è anche il mio mondo, lo conosco così bene che potrei partire adesso e andare ad abitarci.

In questi due giorni ho letto moltissime inesattezze, diverse contraddizioni e qualche bugia bella e buona. Immagino sia normale se uno scrittore vince il Nobel e un giornalista che lo conosce poco deve buttare giù un articolo in fretta e furia. La lingua di Alice Munro è ridotta all'osso oppure elaborata ed elegante? (la seconda) Ha scritto, incredibilmente, centocinquanta racconti della stessa lunghezza oppure uno è di quindici pagine, un altro di settanta? (la seconda) Il narratore è sempre onnisciente, il protagonista sempre una donna, il Canada sempre sorveglia immenso e glaciale? (va be', avete capito) Non importa. A chi l'ha amata da quando ha imparato a leggere starà per forza sulle balle chi ne sa poco e parla troppo, però un paragone è giusto, e infatti prima dei giornalisti l'ha proposto Cynthia Ozick quando ha detto che "Alice Munro è il nostro Cechov" (tra l'altro la Ozick è un'ebrea statunitense, dunque anche per lei non è un problema chiamare "nostra" una scrittrice canadese). Come per Cechov, anche per la Munro un racconto è sempre il tentativo di arrivare a una verità, far luce in una zona buia. Capire un po' meglio com'è fatta la vita. Sbalordirsi di fronte alla sua meraviglia segreta.

Infine, da appassionato sostenitore dell'editoria indipendente, mi pare doveroso ricordare chi ha portato Alice Munro in Italia. La prima fu la casa editrice Serra e Riva: fondata nel 1977, e dedicata ad autori di lingua inglese sconosciuti o dimenticati, pubblicò "Il percorso dell'amore" nel 1989. Ma soprattutto fu La Tartaruga, storico editore femminista milanese, a diffondere la Munro qui da noi negli anni Novanta: "La danza delle ombre felici" (1994), "Stringimi forte, non lasciarmi andare" (1998), "Segreti svelati" (2000). In mezzo ci fu anche un'edizione e/o di "Chi ti credi di essere?" (1995). Poi dal 2001 Einaudi ha intrapreso un percorso di ripubblicazione dell'intera opera, tutta tradotta magnificamente da Susanna Basso, la cui lingua è per noi lettori di Alice Munro un po' come la voce di Ferruccio Amendola per i fan di Robert De Niro. Ne mancano ancora tre - due vecchie raccolte e l'ultima - e speriamo di vederle presto in italiano. Non so se ce ne saranno altre. La Munro aveva detto basta la prima volta nel 2010, poi ci ripensò, riprese a scrivere e da allora ha pubblicato ben due libri. Nel 2012, dopo "Dear Life", ha ribadito con più convinzione che quelle sono le sue ultime storie. Non è che a ottantadue anni si senta stanca: è che, ha detto, non è più disposta alla solitudine necessaria alla scrittura. Ha perso da poco il marito, e ha voglia di passare gli anni che le restano in compagnia delle persone che ama. Come non capirla? Solo chi non le vuole bene potrebbe rammaricarsene. Auguriamole piuttosto buona vita, e grazie per tutte quelle bellissime storie.

martedì 16 luglio 2013

SETTE PADRI AMERICANI


per Alice, Charles,
Ernest, Peter, Ray,
Richard e Toby

Tuo padre e la sua macchina sembravano una cosa sola. Preferiva le Chevrolet. Parlava dell’Ovest in cui era cresciuto come dell’unica America ancora intatta: dove un uomo poteva avere tutto lo spazio che gli serviva, e una macchina per attraversarlo da parte a parte. Conservi una foto di lui a ventidue anni, appoggiato al cofano di un furgoncino Ford, una sfilza di persici gialli in una mano e una bottiglia di birra nell’altra: fissa l’obiettivo con aria di sfida, come se facesse a gara con qualcuno, ma è il sorriso che lo tradisce, l’impacciata spavalderia di quell’età. La birra è una Bud. Per tutta la vita, senza troppo successo, tuo padre ha cercato di sembrare un duro.
Tuo padre e le sue chiacchiere da imbonitore. Discorsi seri, da uomo a uomo, su argomenti che magari eri troppo piccolo per capire, ma un giorno eccome se gli avresti dato ragione. Ogni tanto ti chiedevi se non stesse parlando da solo. Se accennava a tua madre la chiamava proprio così: tua madre. L’umore di lei oscillava tra il poco arrabbiata e il molto arrabbiata con lui. Una volta che era poco arrabbiata lasciò che tuo padre ti portasse a sciare, alla vigilia di Natale, a patto di essere a casa per cena: soltanto che, nella neve del pomeriggio, lui trovò una qualità rara e preziosa che lo spinse a un’ultima discesa, e poi a un’ultima ancora, e poi a un’ultimissima. Nel frattempo nevicò così tanto che la polizia chiuse la strada. Questa tua madre non me la perdona, disse tuo padre davanti alle transenne. Dovevamo partire prima, commentasti tu, piccolo petulante. E allora come ne uscì, tuo padre, vedendosi preso in mezzo tra una donna e un ragazzino, entrambi convinti di essere più saggi di lui? Oltrepassò il cartello di divieto, spostò le transenne e si fece tutta la discesa nella neve fresca. Tu non lo fare mai, ti disse, capace di darti una lezione anche mentre infrangeva la legge. I bordi della strada non si vedevano più. Sulla neve sembrava di planare. Magari era un irresponsabile, però bisogna ammetterlo, che guidatore: sensibilissime le dita sul volante, leggerissimi i piedi sui pedali.
Tuo padre, l’affilatore di lame. Ricordi il gesto di pulirsi la mano sui calzoni, prima di stringerla ad altri. La bottiglia di whisky da quattro soldi nascosta sotto il lavandino. Davanti alle bizzarrie del mondo, lo stecchino di tuo padre passava da un angolo all’altro della sua bocca mentre lui considerava i modi in cui la gente si rovina. Aveva un amico giù alla segheria che possedeva uno stagno, e si era comprato un barile di trotelle con l’idea di allevarle e rivenderle ai pescatori: solo che a quelle trote finì per affezionarsi troppo. Era uno la cui moglie si vedeva spesso in giro, e forse questo c’entrava. Cristo, guarda che roba, disse tuo padre, quando ti portò a pescare allo stagno del suo amico, e l’acqua ribolliva di pesci. Gli consigliò di tirarne fuori un po’ se voleva far crescere gli altri, e quello in risposta prese il fucile e vi cacciò da casa sua. Tuo padre scosse la testa e non ne parlò mai più - erano le cose che non capiva, oltre al whisky cattivo, quelle che alla fine l’avrebbero ammazzato.
Tuo padre e suo padre: eccone un’altra di cui non parlava mai. Hai una foto di loro due di spalle sulla riva del lago Michigan. Lì tuo padre non è che un ragazzino. Tuo nonno invece è appena tornato dalla guerra, quella grande, e ora indica qualcosa all’orizzonte: forse spiega a tuo padre quant’è profondo il lago, forse gli elenca le città dal nome indiano sull’altra sponda. In casa ha ripreso subito il suo trono a capotavola. Con la mano sinistra indica, ma con la destra stringe il collo di tuo padre, e quella stretta è una morsa. Non sa che, mentre lui era nel Pacifico, suo figlio ha segretamente sperato che non tornasse. Anche se a scuola disegnava suo padre a bordo di una corazzata e scriveva: Giapponesi attenti, arriva papà! Anche se adesso resiste alla stretta di quell’uomo, osserva il lago e si sforza di vedere quello che vede lui.
Tuo padre, il venditore porta a porta. Quale mestiere migliore per uno con la sua parlantina? Ricordi il giorno che ti portò con sé e allungò il solito giro per andare a salutare una vecchia amica: lei abitava in una fattoria, era sola in casa, fu stupita di vederlo e anche un po’ offesa, come per un’antica questione tra loro due. Disse be’, chi non muore si rivede. Benché tu non ti ricordassi affatto di quella donna, lei giurò di averti preso in braccio che eri grande così, e non riusciva a credere quanto fossi cresciuto. Dopo che si fu ammorbidita vi invitò dentro a bere qualcosa di fresco. Era estate. Loro due ne avevano di cose da raccontarsi. Quando la radio passò una certa canzone tuo padre si alzò da tavola e prese la sua amica per i fianchi, e lei accettò di ballare, rise, le si arrossarono le guance, poi però successe qualcosa e il ballo si interruppe a metà, e ve ne andaste dopo non molto, nell’imbarazzo generale. Per una volta, durante il viaggio di ritorno tuo padre non canticchiava. Questo non lo raccontare a tua madre, disse. Non capirebbe.
Tuo padre senza lavoro. Tuo padre che sosteneva di avere un affare per le mani. Tuo padre, l’ottimista: diceva sempre che era l’ora di svoltare, darsi una mossa, traslocare, lasciare quel buco di città e andare dove giravano i soldi, allungare la mano e cogliere una buona volta la maledetta mela americana. Da anni sognava di rapinare una banca. Il piano lo conosceva nei dettagli, avendo rapinato quella banca, nella sua testa, già un milione di volte o due. Più di tutto si era studiato le battute. Tuo padre e la sua convinzione che il punto stesse nel saperci fare, la sua incapacità fisiologica di prevedere i contrattempi, la sua arte di scovare all’ultimo una via di fuga. Quando fu ora di scegliere tra la sua amica e tua madre, entrò nel servizio forestale e se ne andò in montagna a domare gli incendi.
Tuo padre e la guerra che aveva fatto, quella sporca. Le lettere che mandava da laggiù, lettere per tua madre giovane che tu leggesti molto tempo dopo. Era già tornato a quel punto, e da qualche parte ogni tanto riusciva ancora a ripescare quella sua allegria, il sorriso a cui le ragazze non resistevano. Ma nelle lettere aveva perso perfino le parole. Cominciava a raccontare dei villaggi, dei bambini, e poi si fermava di colpo come se ci avesse ripensato, e scriveva di te e di tua madre e diceva che se una cosa gli dava un po’ di sollievo era sapere che c’eravate voi due, in un posto lontano lontano, che non ne sapevate nulla e non ve lo potevate nemmeno immaginare. Però alla fine non ti negò l’esperienza di trovarlo con la testa spappolata, nella sua macchina - e dove altro? - accasciato sul volante coi tergicristalli che andavano, solo che non riuscivano a pulire niente perché tutto lo schifo era all’interno.
Tuo padre il cacciatore, il pescatore. Qualche anno prima di farsi saltare le cervella. Ti insegnò a infilare una cavalletta nell’amo, e per tutta la vita avresti ripensato a lui ogni volta che quel sugo color tabacco ti macchiava le dita. Una notte l’avevi visto praticare un cesareo. Tuo padre il medico degli altri, la malattia di se stesso: al ritorno, sulla barca, lui remava in silenzio e tu accarezzavi la superficie dell’acqua con la mano. Gli chiedesti se era difficile morire, lui ci pensò un po’ su e poi disse: dipende. Ci mettesti del tempo a capire quella risposta evasiva. Il fatto che c’erano cose di cui tuo padre non era per niente sicuro, eppure si sentiva in dovere di fingere di sapere anche quelle. Perché fosse così importante non dire mai: non lo so. E che tuo padre non avrebbe mai ceduto i remi della barca ad altri, né il volante della Chevy, né il comando delle operazioni, perché magari quella strada non portava da nessuna parte, ma finché stavi nella sua macchina si andava dove diceva lui.



(Questo testo è liberamente tratto da due romanzi, sei racconti e una poesia. Chi li trova tutti vince un libro a sorpresa.)