martedì 25 aprile 2017

IL GIORNO DELLE MESULES

(Questo pezzo è uscito su Robinson del 23 aprile, il giorno giusto però è oggi. Viva i ribelli della montagna!)

Il corpo di Ettore Castiglioni, milanese di buona famiglia, alpinista tra i più forti degli anni Trenta, emerse nel giugno del '44 dalla neve che si scioglieva, nei pressi del passo del Forno che divide l'Italia dalla Svizzera. In marzo l'avevano fermato al di là del confine, non era la prima volta che succedeva, ormai lo conoscevano: uno strano tipo di partigiano solitario che dall'autunno faceva avanti e indietro per le montagne di frontiera, sfruttando le sue doti di alpinista per tenere i contatti tra la Resistenza italiana e gli antifascisti rifugiati in Svizzera, alcuni dei quali lui stesso aveva accompagnato di là. Dove era stato arrestato non c'era un carcere, così per evitare che scappasse gli avevano tolto la giacca, i calzoni e le scarpe e l'avevano chiuso in una stanza d'albergo. Castiglioni era scappato lo stesso: in marzo, di notte, sotto la nevicata, con una coperta sulle gambe e i ramponi legati agli stracci avvolti ai piedi, aveva risalito il ghiacciaio puntando un valico a tremila metri. Ce l'aveva perfino fatta. Al di qua del confine doveva essersi fermato a riposare, si era appoggiato contro un masso, aveva ceduto alla fatica e al sonno e non si era più svegliato. Era morto nel modo in cui desiderava: "LIBERTÀ. E così sia", aveva scritto nei suoi diari pochi mesi prima, come dettando un epitaffio.


Chi era davvero Ettore Castiglioni si seppe solo mezzo secolo dopo, quando il nipote Saverio Tutino, partigiano lui stesso e poi giornalista, corrispondente per l'Unità dalla Cina e da Cuba, fondatore dell'archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, trovò quei diari nei cassetti di casa e li portò a un editore. Sarebbero diventati Il giorno delle Mésules, che oggi Hoepli ripubblica nella collana Stelle Alpine e che personalmente considero il più bel libro d'alpinismo della mia biblioteca. Perché in queste pagine, come nella letteratura di genere non succede mai, la montagna si fonde a un'epoca e l'alpinista al cittadino, all'intellettuale, all'antifascista, infine al partigiano.
Castiglioni era nato nel 1908, da quella borghesia milanese a cui veniva impartita un'educazione laica, liberale, umanistica nel senso più vasto del termine: ne facevano parte gli studi classici ma anche l'arte, il teatro, la musica. E ne faceva parte la montagna. La montagna era la scuola in cui insegnare a questi figli colti e benestanti altri valori, come la forza interiore, la sopportazione della fatica, la responsabilità di se stessi e degli altri, l'amore per una vita libera, austera, divisa con gli amici più intimi. Ettore cominciò ad arrampicare con i fratelli maggiori fin da ragazzino. Solo che per Bruno e Manlio, come per molti altri, la montagna sarebbe rimasta soltanto una passione giovanile, poi sacrificata ai doveri dell'età adulta, al ruolo di marito e di padre e a una solida professione in città; a Ettore invece quell'amore avrebbe cambiato la vita. “A Milano mi sento sempre di passaggio, anche quando vi resto per parecchi mesi. Fra le mie crode mi sento a casa mia.” Per tutta la giovinezza furono i suoi due mondi, le sue due stagioni: gli inverni in città, il pianoforte, la Scala, le aule universitarie, la Sormani, i libri; le estati a vagabondare sui sentieri, dormire nei rifugi e nei fienili, spellarsi le mani sulla roccia. “Partivo da solo, non sapevo dove andavo: prendevo una strada e la seguivo alla ventura. E così vivevo della vita più piena, più pura, più giovanile.” Poi però sarebbe cresciuto in fretta. Aveva diciannove anni, nel '27, quando morì sua madre. Nel '30 partì militare, nel '31 tornò a Milano per laurearsi in legge. Allora il tempo delle scorribande sembrò finito per l'avvocato Castiglioni: il padre aveva dei progetti per quel figlio irrequieto e lo spedì a farsi le ossa lontano da casa, a Londra, nel '32, forse anche per levargli le montagne dalla testa. Ottenne il risultato contrario: in quell'anno triste di esilio, dubbi, sensi di colpa, Ettore comprese in pieno la sua vocazione e decise di seguirla, a costo di deludere il padre. “Dal momento che ho la possibilità di esser felice e di vivere pienamente la mia vita, perché non debbo farlo? Ho sentito la necessità di dedicare la mia capacità esclusivamente alla montagna.”

(Castiglioni con Bruno Detassis ai tempi della loro fortissima cordata)

Tornato in Italia, trovò o forse gli trovarono il lavoro adatto, appassionante benché modesto per uno con i suoi titoli: autore di guide escursionistiche per il Touring Club Italiano. Ettore lo svolse con dedizione totale. Quel compito gli permetteva di stare in montagna tutto il tempo che voleva, di allenarsi, arrampicare, sciare, e a metà degli anni Trenta raggiunse l'apice della sua carriera: tra le Dolomiti del Brenta e la Marmolada, in cordata con Detassis, Vinatzer, Pisoni, firmò vie storiche di sesto grado, allora il limite insuperato. Era anche la stagione degli eroi di regime, campioni fascisti loro malgrado come Comici, Gervasutti e lo stesso Castiglioni, che ricevendo una medaglia per meriti sportivi si indignò e giurò sul diario di non pubblicare più le relazioni delle proprie scalate. Salire sulle montagne senza dirlo a nessuno è in un certo senso la negazione dell'alpinismo, che è per metà impresa, per metà racconto (e la gloria che ne segue). Ettore decise di proteggere così la purezza del proprio andare in montagna: “il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza.” Lo comprese una volta per tutte il 18 marzo del '36, quando, vagabondando con gli sci sull'altipiano delle Mésules, cadde e si ruppe una gamba. Restò per ore nella neve in attesa dei soccorsi, e invece di piombare nella disperazione ebbe un'esperienza di pace interiore e armonia con la montagna che avrebbe ricordato per sempre. Dopo il giorno delle Mésules non gli sembrò più così importante collezionare cime né primati. “Solo chi raggiunge l'amore è alpinista”, scrisse, e qui sta forse il nucleo più autentico del suo antifascismo, la negazione dei principi di volontà, potenza e conquista che in quegli anni stavano trascinando l'Europa nel buio.
Castiglioni lo vide arrivare più con disprezzo che con paura (“una massa di imbecilli, vigliacchi, tracotanti e boriosi”, scrisse di ritorno da un viaggio a Berlino). Riuscì a starne fuori fino al '43, quando fu richiamato alle armi e assegnato come istruttore alla scuola militare di alpinismo di Aosta. L'otto settembre, nel caos generale, da ufficiale dell'esercito italiano non ebbe dubbi sul da farsi: prese con sé una decina di alpini e salì all'alpeggio del Berio, sopra al paese di Ollomont, in una valle minore e appartata. Il confine con la Svizzera è a tre ore di sentiero e presto dal Piemonte cominciarono ad arrivare ebrei e antifascisti in fuga dai tedeschi, cercando qualcuno che li accompagnasse di là. Uno di questi era Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica. Così il Berio diventò per breve tempo un rifugio di profughi e una piccola repubblica partigiana: “ci sentiamo davvero tutti compagni, tutti amici, tutti eguali.” Fu anche l'ultimo luogo felice di Ettore Castiglioni. Uno che per tutta la vita aveva cercato il proprio posto nel mondo e finì per trovarlo lì, nel tempo delle scelte, tra quattro baite e un pugno di uomini, avendo bene in mente la direzione da tenere. “In alto, in alto, e sempre più in alto.” E così sia.

(Il Berio come l'ho trovato io la scorsa estate. Mi dicono che il sindaco di Ollomont sia una brava persona: bisognerebbe metterci una targa.)



mercoledì 29 marzo 2017

DUE VALLI

(questo pezzo è uscito su Robinson il 26 marzo)

I fiumi del Monte Rosa sono come figli dello stesso padre. Le valli sono le strade che i figli prendono: in Val d'Ayas e in Valtournenche corrono due fiumi paralleli, nati dagli stessi ghiacciai, separati da una cresta di cime sui tremila metri. Una volta per andare di là si partiva di buon passo, si raggiungeva uno dei valichi tra una cima e l'altra e si scendeva dall'altra parte. Oggi invece, con l'automobile, devo scendere fin quasi in pianura, passare tra le fabbriche e gli svincoli autostradali, imboccare l'altra valle e risalirla, facendo cinquanta o sessanta chilometri in macchina invece che una decina a piedi. Che assurdità, penso. Quando sarà andata via la neve ci torno con lo zaino in spalla. Poi ad Antey-Saint-André nel parabrezza spunta il Cervino, il più nobile scoglio d'Europa, la sua parete sud contro il cielo in una giornata di sole. In giro non c'è nessuno. Cervinia è quassù ma sembra lontanissima.
“D'inverno il Cervino è più bello. La montagna è più montagna, più selvaggia e isolata. È stato d'inverno che ho preso la malattia che ho adesso”. Anche la mia vita e quella di Hervé Barmasse sembrano due valli parallele. Siamo nati a un mese di distanza uno dall'altro, verso la fine degli anni Settanta: lui montanaro e io cittadino, ma nelle estati in cui io imparavo la roccia e il ghiaccio da una guida alpina lui, che di guide è figlio e nipote, veniva mandato in pianura, nella cascina dei nonni. Io d'inverno tornavo a Milano e lui diventava uno sciatore. Sarebbe stato un campione, se un incidente a sedici anni non gli avesse distrutto le ginocchia. Fu costretto a rinunciare alle gare e per un po' fece il maestro di sci nella Cervinia dei ricchi, un ambiente che nei suoi racconti descrive di sfuggita: i soldi, i bar, le donne, le notti bianche. Poi nel '97 suo padre Marco, forse vedendo che qualcosa non andava, lo prese e lo portò in cima al Cervino, una mattina d'inverno. Lo stesso anno in cui ho smesso di andare in montagna io. “Mi ricordo uno spazio infinito d'azzurro. I colori sono diversi d'inverno, mi sentivo un esploratore polare. Ho pensato che salire poteva essere altrettanto bello che scendere. Con mio padre non sono andato tante altre volte in montagna: sai, da una parte una guida alpina preferirebbe che il figlio facesse un altro mestiere. Però non può evitare di trasmettere una passione.”
Nei successivi vent'anni Hervé è diventato uno dei più forti alpinisti italiani. Ci sono tanti modi di andare in montagna, lui ci va come i pionieri, come gli esploratori: su vie nuove, dure, portandosi il materiale in spalla, su cime famose o sconosciute, qualche volta da solo. A incontrarlo, esprime una qualità evidente che è l'equilibrio. Mi ricorda la guida alpina con cui andavo in montagna da piccolo: gli alpinisti stanno in piedi e camminano con una consapevolezza diversa dalla nostra, che sembra derivare da una profonda fiducia interiore. Non esitano, non scivolano, non inciampano. Abita con la sua compagna Grazia in una frazione appartata e in una piccola casa che riconosco subito come la casa di un coetaneo, metà uomo e metà ragazzo: poco arredamento, una cucina moderna, un soppalco con un materasso, una scala ricavata da una tavola di larice tagliata con la motosega, le corde colorate da alpinismo. La casa di uno che non accumula e non colleziona, preferisce avere spazio che oggetti intorno. Grazia ci guarda e dice che dei due io sembro il montanaro, lui il cittadino. Per me che mi porto dietro il peccato originale di Milano è il più gran complimento.
E allora Hervé, quante volte sarai salito in questi vent'anni sul Cervino? “Non le ho contate. Le guide svizzere tengono il conto, per me sono più importanti altre cose. Forse un centinaio”. E che senso ha salire sulla stessa montagna per cento volte? Salire e scendere e poi di nuovo salire, all'infinito? “Il Cervino non è solo roccia e ghiaccio, è un fratello maggiore per me. Mi sembra ogni volta di andare a trovarlo. Ne ho bisogno, ci sono momenti in cui sento il bisogno di stargli vicino. È un mistero la confidenza che riesco ad avere con lui”. Hervé sul Cervino è riuscito anche ad aprire delle vie nuove, per dimostrare che non sono vecchie le montagne ma solo gli occhi di chi le guarda. Una la aprì da solo in giorni di gran vento, tanto che il padre si spaventò e andò su per la via normale ad aspettarlo. Così lui, dopo un bivacco in parete e una prima solitaria da leggenda (dai tempi di Bonatti nessuno faceva niente di simile), arrivò in vetta per trovarci suo padre, a sessant'anni suonati, preoccupato e pronto a sgridarlo e riportarlo a casa. Non smettiamo mai di essere figli, vero Hervé?
Intanto facciamo una cosa da adulti che è andare a comprare il pane. Prendiamo una mulattiera che raggiunge il paese attraverso il bosco. Il sentiero è in ombra, coperto da una crosta ghiacciata di neve primaverile, e io rischio di volare a ogni passo e mi aggrappo a ogni pianta per tenermi mentre Hervé cammina leggero, con quella sua agilità da funambolo, come se qualsiasi superficie gli fosse amica. Parliamo delle montagne che ha scalato in giro per il mondo. La Patagonia, il Pakistan, il Nepal. Però a lui non viene da raccontarmi di pareti e cime, ma di uomini. Lo incuriosisce veder nascere in Nepal un alpinismo locale, guide e portatori che cominciano ad andare in montagna per conto loro, “la stessa storia del mio Cervino, del mio paese”. In Pakistan, in un villaggio a 3500 metri, ha trovato ragazzi che giocavano a bocce con dei dischi di ferro, come in Val d'Aosta (le bocce sferiche hanno il problema di rotolare giù). Lui lo chiama il “popolo di montagna”: cambia solo l'aspetto, dice, i tratti del volto, ma quel popolo lo trovi in ogni montagna del mondo. Anche per questo vorrebbe fare qualcosa per l'Appennino straziato dal terremoto. Un grande incontro intorno al Gran Sasso, la prossima estate, in cui chiamare a raccolta gli amici della montagna, e dare sostegno ai montanari di laggiù. Ne parliamo passando per la piazzetta delle guide di Valtournenche, costellata di targhe e lapidi in memoria di alpinisti del passato. Qui si sente il peso della storia, e forse anche la responsabilità di prendersi la storia sulle spalle. “La mia parabola da alpinista a un certo punto scenderà, si invecchia, io ho avuto tanti infortuni. Continuerò lo stesso ad andare in montagna, ma quello che rimane è come insegnarla, raccontarla, condividerla”.
Eh già: abbiamo quarant'anni tra poco, Hervé, che ne dici, tu sei pronto? “A me invecchiando sembra di ringiovanire. Ho molta più cultura adesso che da ragazzo. Ho avuto tante possibilità di confrontarmi con gente diversa, questa è stata una gran fortuna. Mi sembra che la vita debba essere ancora tutta scoperta, che tutto debba ancora succedere”. Sarà così. Lui entra in un negozietto e io resto solo nel paese deserto. Alzo gli occhi verso il crinale che dà sulla mia valle. Lo spartiacque si chiama così perché è la linea che divide le piogge: una goccia d'acqua cade un po' più in qua, e va a finire in un fiume, un'altra un po' più in là e va nell'altro. Guardo Hervé che esce dal negozio con il sacchetto del pane in mano. Chissà chi dei due, mi chiedo, diventerà padre per primo.


venerdì 3 marzo 2017

IN ALTIPIANO

(Questo pezzo è uscito su Robinson il 26 febbraio)

Provo un senso di meraviglia, e insieme di ritorno, entrando per la prima volta nella terra di Mario Rigoni Stern. Ritorno perché lo scrittore, della sua piccola patria, ha tracciato la mappa in moltissimi racconti a cui voglio bene, e meraviglia perché l'Altipiano è come un paese straniero dentro il Veneto della mia infanzia: la strada parte tra i capannoni industriali e i campi spogli, si lascia alle spalle la nebbia, la brina e il cemento della pianura d'inverno, e in pochi chilometri sale a mille metri d'altezza, in mezzo ai boschi e alla neve. Lassù supera un ultimo dosso e allora, davanti agli occhi, si apre un paesaggio del tutto nuovo. Non è la montagna a cui sono abituato: niente valli, cime, dirupi, gole tagliate dai torrenti, ma crinali dai profili dolci, colline scure di abeti e ai loro piedi, nelle conche, campi e paesi nella neve. Sembra un paesaggio boreale più che alpino, un Grande Nord che vigila severo sopra le nostre città di pianura. È lo stesso modo in cui ho sempre immaginato Mario Rigoni Stern.
Qualche tempo fa ho spedito il mio romanzo a sua moglie Anna, scrivendole che, se questo libro esiste, lo devo in gran parte a Mario, di cui mi ritengo un allievo. Lei mi ha mandato in risposta un biglietto gentile e allora, oggi, insieme a un amico la vado a trovare. Siamo partiti da Milano col buio per essere qui di buon mattino: attraversiamo il paese di Asiago e proseguiamo oltre, per una stradina che porta al limitare del bosco, verso la casa in cui Mario ha abitato dagli anni Sessanta in poi. L'ultima, sognata durante la guerra e costruita con le proprie mani, con l'orto fuori, la legnaia sul lato al sole e l'arboreto salvatico tutt'intorno, e dentro, “nel tepore, mia moglie, i miei libri, i miei quadri, il mio vino, i miei ricordi”.
Anna di questo rifugio è sempre stata la custode. Io ho perso entrambe le nonne troppo presto per ricordarmele, ma oggi avrebbero più o meno l'età di questa donna di novantacinque anni, lucida di testa e salda sulle gambe, capace di stringere la mano a un uomo e accoglierlo in casa sua. Tutto in lei – l'accento veneto, il grembiule a quadretti, lo chignon di capelli grigi ancora folti e spessi, perfino una certa durezza nei modi e nello sguardo – ha un'aria di famiglia per me. “Nevica?”, chiede. Non ancora, ma forse comincia. “Ieri sono passati due cervi”, dice, “sentivano la neve”. Le chiedo se ne ha mai cacciati perché so che è stata una gran tiratrice da ragazza, medaglia d'oro ai campionati nazionali in epoca fascista. Lei sorride e scuote la testa: piuma, non pelo. “Andavo con mio padre, da bambina, a vedere le covate dei forcelli. In dote quando mi sono sposata ho portato il 16 e il 22. Dopo ho smesso”. Il 16 e il 22 sono fucili e l'anno era il 1946: Anna e Mario avevano venticinque anni, lui appena tornato dal lager con poca carne sulle ossa e un manoscritto nella tasca della giacca. Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato...
Mario manca da questa casa da nove anni ormai, e mi guardo intorno cercando segni di quest'uomo che non ho mai incontrato, e che pure mi sembra di conoscere così bene. In un angolo, accanto al camino, c'è la scultura con cui lo ritrasse Augusto Murer, un soldato di bronzo che avanza a fatica, addosso un mantello o forse una coperta, gli stracci ai piedi. Alle pareti quadri di betulle, gli alberi preferiti insieme ai larici: il larice gli ricordava le montagne di casa, la betulla la steppa russa. Amava anche il faggio, per il fuoco: sento odore di fumo e tra poco scoprirò che di là, sotto la caffettiera, il legno brucia in una cucina economica.
Anna sta ancora parlando di fucili, del Bayard acquistato grazie al premio Viareggio del '53, l'anno del Sergente. Tre cose Mario comprò con quei soldi: “La radio, la cameretta dei figli, il Bayard”. Ne desiderava una quarta, e per caso tra i giurati del Viareggio c'era Adriano Olivetti, così durante la cerimonia gli chiese una macchina da scrivere di seconda mano. Olivetti rise. In quei giorni ad Asiago arrivò una Lettera 22 nuova fiammante, che Mario avrebbe usato per cinquant'anni. La casa, questa casa, sarebbe venuta dopo, nel '62. La progettò lui stesso, con la camera da letto a est e la cucina a ovest, “così la mattina c'era luce in camera, la sera in cucina”, lontano dal paese dove si chiedevano perché il loro ex alpino, impiegato del catasto, scrittore ormai famoso, se ne andasse a vivere in mezzo ai boschi. Non era l'unica cosa che non capivano di Mario.
Alcuni di questi racconti li conosco, altri li ascolto per la prima volta dalla voce di Anna. E accanto all'uomo che immaginavo ne prende forma un altro: un uomo esuberante, che amava raccontare storie, litigava con i figli per la politica, invitava troppa gente a casa, perdeva le cose. “Noi siamo andati d'accordo perché io ero negativa e lui positivo. Lui entusiasta di tutto e io pessimista”. A un certo punto avrebbe potuto andarsene via. Una parte del paese gli rimproverava non solo la fama, ma l'ambientalismo negli anni del cemento, delle seconde case e delle piste da sci, le idee politiche in questo Veneto democristiano, la voce sempre fuori dal coro. Avrebbe potuto andare a Milano o a Torino, in Einaudi c'era posto per lui e quelli non erano anni di ritorno alla montagna, gli scrittori abitavano in città. Invece rimase sempre qui. Girava in bici d'estate e con gli sci d'inverno: “La patente non l'ha mai presa. Abbiamo fatto gli esami di guida insieme ma sono stata promossa prima io, allora lui ha detto che in casa bastava una patente sola. Lo accompagnavo dove doveva andare”. Qualche volta molto lontano, perché i libri di Rigoni Stern sono tradotti in tutto il mondo. In Polonia, in Svezia, in Francia, in Olanda, in Russia. La Russia che di Mario Ivanovic era la patria elettiva. Anna osserva le betulle nei quadri. “La Russia ti lascia una nostalgia incredibile”, dice, e mi sembra di sentire parole ripetute tante volte, in questa casa, da un'altra voce.
Prima di andare via mi fa un regalo: mi guida per le scale che vanno di sopra, tra gli scaffali di libri e la bacheca dei fucili, in una stanza che da nove anni non è stata più toccata, ed è diventata un piccolo museo. Lo studio di Mario dev'essere solo un po' più ordinato di quando ci lavorava lui. Libri su ogni parete, il tavolo con la Lettera 22, il cappello da alpino, poche fotografie. Raccolte di mappe di guerra e due biglietti di Primo Levi che spuntano da un libro: nel primo, degli anni Cinquanta, c'è scritto “Caro Rigoni”, nel secondo degli anni Sessanta “Caro Mario”. Io però, più che dalle carte, mi sento attratto dalla finestrella che sta dietro al tavolo, e dà sul bosco. Anche la mia in montagna dà su un bosco. L'inverno per Mario era la stagione dei ricordi, lo riportava a inverni lontani: guardo fuori e ripenso a quest'uomo e ai suoi anni, alla sua eredità che sento il bisogno e il dovere di mantenere viva. Sul bosco nevica rado. I faggi spogli tra gli abeti scuri sembrano sbuffi di fumo. Penso che dopo uscirò nella neve e andrò su per un sentiero a fare un giro.


(foto di Giuseppe Mendicino: grazie per avermi accompagnato qui)

venerdì 16 dicembre 2016

IL MODO DI NIVES

(Ecco qui la versione lunga della conversazione con Nives Meroi, uscita su Robinson della Repubblica l'11 dicembre)

Da tempo avevo smesso di leggere i libri degli alpinisti. "Conquistatori dell'inutile", così li chiamava Lionel Terray, ma se è inutile lo scopo, cioè salire in cima alle montagne, l'utilità andrebbe cercata nel gesto, in quel che si scopre e si realizza compiendolo. Nel come si va in montagna, invece gli alpinisti fanno sempre a gara sul quanto: quante cime e in quanto tempo, e chi ci è andato per primo o da solo o d'inverno o per la via più difficile. Ci voleva una donna a riempire di nuovi significati questa lotta tra superuomini. Il libro è Non ti farò aspettare di Nives Meroi, e comincia come gli altri: nel 2009 Nives era in corsa per diventare la prima donna al mondo ad aver salito tutti i quattordici Ottomila. Stava scalando il dodicesimo quando il suo compagno di vita e di montagna, Romano Benet, si sentì male, mostrando i sintomi di una grave anemia. Romano disse a Nives di andar su senza di lui, lei invece decise subito di scendere insieme, salvandogli la vita. Cominciò poi in Italia, nei mesi e negli anni successivi, la lunga prova della malattia - il "quindicesimo Ottomila", la chiama Nives nel libro. Così come era scesa dal Kangchendzonga la prima volta, decise di ritirarsi dalla gara. La vinse un'altra donna, o forse la perse perché proprio con quel ritiro Nives cominciò a dare senso al proprio alpinismo, a riempirlo di significato. Una ricerca di pulizia, rispetto, onestà, non violenza, relazioni tra le persone e con la terra. Non tanto, non più un modo di scalare le montagne ma un modo di stare in montagna, e lo stare in montagna come modo di stare al mondo.
Ho voglia di parlarne con lei, così telefono a Nives un pomeriggio di dicembre. "Viviamo al margine della foresta, in mezzo a prati dove la mattina i caprioli scendono a pascolare": la immagino lì, mentre guardo dalla finestra un paesaggio simile su cui in questi giorni è caduta la prima neve. Ma io sto in Valle d'Aosta, lei in Friuli, io a due passi dalla Francia e lei dalla Slovenia: le nostre voci percorrono tutte le Alpi per parlarsi. Quella di Nives è un po' roca, da fumatrice. Ha una risata aperta, a cui si lascia andare spesso e mette allegria. Mi piace che non dica mai alpinismo, lei dice andare in montagna. Ti fa venir voglia di essere con questa donna in un'osteria delle sue parti, a chiacchierare davanti a un litro di vino.

C’è una frase bella che hai scritto: "In questi posti lontani dal mondo, dopo la tenda il libro è il più bel rifugio dalla neve che cade". Non avevo mai trovato un alpinista che cita Conrad, Camus, Saramago.

Un libro è un dono. A casa leggo pochissimo, ho sempre troppe cose da fare. È completamente diversa l'esperienza di lettura al campo base dove caschi dentro alle pagine senza riuscire a saltarne più fuori. A volte c'è brutto tempo e devi stare chiuso nella tenda per giorni interi. Il gusto, la qualità e il piacere della lettura sono diversi in quelle tendine a cinquemila metri.

Ma ti porti i libri di carta?

Sì, quando siamo in spedizione ognuno porta un po' di libri e facciamo la biblioteca nella tenda mensa. Così poi dopo uno legge anche i libri degli altri e succedono degli incontri strani, com'è stato per me con La linea d'ombra di Conrad o Cecità di Saramago. Ci sono libri che arrivano quando devono arrivare. Nel momento giusto arriva il libro che segna un punto di svolta nella tua vita.

La linea d'ombra parla di un ragazzo che diventa uomo prendendo per la prima volta il comando di una nave. Cecità di un mondo in cui, per un'epidemia, diventano tutti ciechi tranne una donna. Ci sono un bel po' di somiglianze con la tua storia, parlano di te questi libri?

Oddio, detta così fa spavento! Non ho ancora ben capito perché quel ruolo tocchi a una donna. O forse sì: una favola sul Kangchendzonga parla di una grande madre che ha generato il mondo e la montagna, e poi dalle nevi della montagna ha creato il primo uomo e la prima donna, e li ha fatti scendere nelle valli a vivere e prosperare. C’è un principio femminile nelle religioni antiche. La montagna madre l'abbiamo conosciuta anche noi: il Kangchendzonga ci ha accolti tra le sue braccia per farci rinascere a nuova vita.

Prima però vi ha respinti, non vi voleva.

Sì, è vero, non eravamo ancora pronti. Io non mi ero ancora liberata di quel senso di sporcizia, quella puzza che mi sentivo addosso per avere preso parte allo spettacolo. Noi abbiamo recitato una parte, siamo stati al gioco della corsa femminile agli Ottomila perché era l’unico modo per trovare degli sponsor e riuscire a ripartire ogni anno. La montagna però mi aveva mandato dei messaggi, già un paio d'anni prima mi ero rotta una caviglia tentando di salire il Makalu d’inverno. Ho continuato a non capire finché la montagna non mi ha messa di fronte a una scelta.

Senti, ma non c'è una specie di violenza verso la montagna che è connaturata all'alpinismo? Alpinismo è arrivare in cima, non per niente si è sempre parlato di conquista.

No, non per me! Un percorso bellissimo che abbiamo fatto io e Romano è la Cengia degli Dei, un sistema di cenge di sette chilometri che gira intorno a un gruppo di montagne della nostra zona. Si tiene sui 2200 metri, non tocca la cima e infatti è chiamata la via eterna.

Mi ricorda il pellegrinaggio che i buddisti tibetani fanno intorno al monte Kailash. Per loro arrivare in cima alla montagna è un gesto sacrilego, la cosa giusta da fare è girarle intorno. Non sarà che il modo orientale di andare in montagna è più rispettoso di quello occidentale?

Sì, anche se i climbing sherpa in vetta ci arrivano trascinandosi dietro i clienti. Gli abbiamo insegnato noi che tutto ruota intorno ai dollari. Questa primavera siamo tornati per la terza volta al Makalu, l’esperienza è stata veramente brutta dal punto di vista umano, uno sbattere il muso sempre più violentemente contro l’arroganza dell’alpinismo fatto coi soldi.

Hai scritto che la cosa più avvilente della corsa agli Ottomila è che in quella situazione le donne si erano messe a fare a gara come gli uomini. Si erano piegate al modo maschile di andare in montagna, invece di inventarne uno femminile. Hai capito qual è l'alternativa?

Posso dirti qual è il mio modo di andare in montagna. Non mi interessa la competizione ma tirare fuori da me stessa le mie massime capacità. Non contro gli altri ma attraverso gli altri, attraverso la collaborazione con gli altri, all’interno di una cordata o di una spedizione. Lavorare insieme per raggiungere un obiettivo, ciascuno con le sue qualità. Come tra me e Romano: lui fisicamente e tecnicamente è più forte di me, ma io ho altre caratteristiche.

Quali?

Intanto mi puoi caricare come un mulo! E poi una grande resistenza mentale, che in alta quota è importante quanto la prestanza fisica.

È per questo Romano non è mai andato senza di te? Scrivi che durante la salita al K2, il vostro "K in due", a un certo punto hai avuto la certezza che lui ce l'avrebbe fatta anche da solo.

Sì, lui è un alpinista molto forte, se si fosse trovato un compagno uomo avrebbe fatto anche cose più importanti di quelle che ha fatto con me. Ma gli interessa di più vivere certe esperienze insieme.

Questo mi ricorda una frase di Tolstoj che viene da La felicità domestica. Io la conosco perché il libro fu trovato nello zaino di Chris McCandless, il ragazzo morto in Alaska dopo tre mesi di vita solitaria nei boschi. Chris aveva segnato la frase: "La felicità è vera solo se condivisa". È questo il punto tra voi, la felicità di un Ottomila è più vera se ci arrivate insieme?

Non solo di un Ottomila. Le spedizioni sono viaggi lunghi che durano due mesi. Fin dalla prima volta ti rendi conto che la parte alpinistica è solo una parte del viaggio, e che esperienze così sono molto più ricche e più ampie se fatte a piedi. C'è chi si fa portare al campo base in elicottero, va e torna in quindici giorni, ma io non so proprio che cosa vedano in quel modo. Poter fare il cammino in due, arrivare in cima in due e guardarsi intorno e poi mettere insieme le prospettive, io penso ti dia la possibilità di fare un dipinto ancora più ricco e più ampio.

La qualità del vostro rapporto cambia quando siete a casa? Com'è la vita di tutti i giorni dopo che che siete stati insieme in una situazione così estrema?

È il contrario, in una tendina sul ghiacciaio è lo stesso che a casa, potremmo essere studiati per le dinamiche di coppia a diversi gradi di mancanza d'ossigeno. A parte gli scherzi, in montagna è necessario essere autosufficienti: ognuno deve sapere se è in grado di fare quello che sta facendo. Sono più di trent'anni che io e Romano andiamo in montagna insieme, e sappiamo che in quegli ambienti sei comunque solo. Siamo due solitudini che vanno su ognuna al suo passo, e ci ritroviamo alla fine. Romano sul Lhotse è arrivato in cima due ore prima di me, poi è stato lì al freddo ad aspettarmi.

Allora l'hai fatto aspettare una volta...

È vero! Ma sapeva che stavo arrivando, che sarei arrivata.

Si sente leggendoti quanto vuoi bene a quelle montagne e quei posti. Io ci sono stato una volta sola, l'anno scorso a fare il giro dell'Annapurna, me ne sono innamorato subito e credo che ci tornerò presto. Mi racconti del tuo rapporto con il Nepal?

È proprio di affetto ormai. Sono tanti anni che torniamo, ed è bello anche ripercorrere le stesse strade. Vedere le cose che sono cambiate, quelle che sono rimaste uguali, ritrovare le persone, sentirsi a casa. Visto che anche tu vivi in alto lo puoi capire: c’è un filo che unisce tutti i popoli di montagna, se cammini lungo i sentieri in Nepal ritrovi gli attrezzi che la gente usava sulle Alpi fino a poco tempo fa. La gestione del territorio, le strategie per sopravvivere. Io non mi sento tanto diversa quando sono là.

Però noi abitiamo nella parte ricca del mondo. Come possiamo avvicinarci a quei posti nel modo giusto?

L’errore che noi occidentali facciamo è pensare che loro sono più poveri, e quindi più stupidi. Se non cadiamo in quest’errore riusciamo ad aprire gli occhi e vedere le capacità delle persone, la loro dignità, la loro fierezza. Loro hanno un sapere che noi non abbiamo, quello di vivere all’interno di un ambiente. L'ho pensato più volte, se a noi ci mettono in quei posti non sopravviviamo a lungo, sul versante nord del Karakorum siamo rimasti del tutto isolati per due mesi e ho visto la differenza tra il nostro modo di stare lì e il loro. Noi non sappiamo più vivere se non in una dimensione urbana e domestica, non ci sappiamo più adattare all'ambiente selvatico. Questa è la ricchezza che loro hanno e che noi abbiamo perduto.

C'è qualcosa che possiamo recuperare o almeno proteggere? Che cosa possiamo fare di buono per le Alpi?

Salvaguardare la specificità della montagna, non solo come paesaggio ma come modo di vivere. La montagna oggi viene sfruttata e proposta - da noi montanari per primi - come luogo di svago e basta, mentre è fondamentale far sapere che esiste un altro modo di vivere. Un'altra cultura, un altro stile di vita, un'alternativa rispetto al modo di vivere della città, una diversità che va protetta perché è bello che esista.

Vuoi consigliare una montagna da scoprire sulle Alpi?

Ho un legame particolare con le montagne di casa, le Alpi Giulie. Sono montagne basse, non si sale sopra i 2800 metri, ma severe e selvagge. Il monte che ho davanti a casa è il Mangart: io lo vedo dalla finestra della cucina e mi sono scelta il posto al tavolo in modo da averlo di fronte, così ogni giorno quando mi alzo lo guardo e vedo che umore ha.

Chiacchieriamo ancora un po': di Nepal (le chiedo consiglio su un giro che voglio fare), di libri (le consiglio io un grande poeta delle sue parti, Pierluigi Cappello), poi la ringrazio e la saluto. La mattina dopo mi alzo presto, sono le sette di mattina e qui all'ovest è ancora buio. Voglio vedere se lì a est Nives è già in piedi, così le mando un messaggio chiedendole com'è il Mangart stamattina. Mi risponde in un minuto: "Si sta svegliando anche lui. I primi raggi colorano di rosa la neve sulla cima".


martedì 8 novembre 2016

LE OTTO MONTAGNE

Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall'altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s'incontra qualcuno, un grande lago dall'aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. Camminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l'altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c'è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l'alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C'è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell'altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l'altra ci siamo pure incontrati - io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario - senza poter immaginare che in un futuro lontano vent'anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno.

Poi avevamo superato il colle, la forca. Ecco un'altra sensazione che mi piace tanto in montagna: quegli ultimi metri prima dello spartiacque, il senso improvviso di apertura, il momento in cui puoi guardare di là e di colpo ti si stende davanti un mondo nuovo. Nessuno di noi due si era mai spinto in quel vallone. Non avevamo più racconti di là, niente più ricordi, niente più malinconia: prendevano il loro posto l'allegria della discesa e l'ebbrezza dell'esplorazione. L'altro versante era tutto diverso dal nostro, una gola sassosa che precipitava verso il fondovalle. In inverno aveva nevicato parecchio, così nel tratto più alto, anche se ormai era estate, ci buttammo giù scivolando per i nevai ghiacciati, il mio amico con la sua tecnica della raspa che più tardi gli sarebbe costata una caviglia, io a balzi perché non so sciare. In basso poi la neve finiva e cominciava un bosco secco, di larice e pino silvestre, con un sottobosco di erbe alte in cui il sentiero spesso si perdeva. Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l'inventore. Quella volta il mio amico andava avanti e io ero contento di seguire i percorsi tracciati da lui, perché dovevo pensare.

Ecco a cosa stavo pensando: da tempo volevo scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile. Credo di avere appena spiegato perché questi temi nella mia testa sono tanto legati tra loro. Sapevo che ci sarebbe stata una montagna intorno alla mia storia, un padre all'inizio di tutto, e due amici al centro; e sapevo che il suo respiro sarebbe stato più ampio del solito, per i modelli che avevo in mente e per la scrittura che volevo ottenere. Ero in cerca del mio Due di due e del mio Narciso e Boccadoro, del mio In mezzo scorre il fiume e del mio Gente del Wyoming. E quel giorno, nel Vallone della Forca, andando dietro al mio amico fuori dal sentiero, mi ricordo di aver pensato: ma ce l'hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. Hai i personaggi, i ricordi, i luoghi, non ti resta che mettere insieme i pezzi e trovare le parole. Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l'hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla. Vai a casa e comincia. Di colpo c'ero già dentro fino al collo.

Poi me la sono presa comoda, perché ci ho messo due anni. Fosse stato per me, ne avrei impiegati anche tre o quattro. Io sarei come quei pittori che la mattina si alzano, si stiracchiano, guardano il quadro per un'ora o due, poi danno una pennellata e la giornata di lavoro è finita. Ma per fortuna con il lavoro bisogna anche guadagnarsi da vivere: dico che è una fortuna perché, per quelli come me, il morso della vita alle chiappe della scrittura fa un gran bene, aiuta a non stare troppo comodi e a non perdersi nei propri vizi. Ci ho messo due anni ma avrebbero potuto essere pochi mesi. Ho idea che non sarebbe cambiato nulla: questa storia è uscita così com'è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine. Mi ricordo i giorni in cui scrivevo l'ultimo capitolo, di nuovo in giugno, lavorando per ore come non mi era mai successo, sentendo che non potevo permettermi di fermarmi, aspettare, perdere tempo, perdere il ritmo: uscivo a camminare, tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere. Sono arrivato all'ultima frase negli stessi giorni dell'anno, dentro la stessa baita, sullo stesso tavolo dove avevo scritto la prima. Così come avevo pensato comincia!, ho pensato: ho finito. E adesso è questo libro che esce oggi. Non so se mi ricapiterà mai, è stata una gran bella avventura.