mercoledì 27 maggio 2015

LA FABBRICA DEL GAS

(È uscito in questi giorni per Agenzia X un libro intitolato Re/search Milano - Mappa di una città a pezzi. Contiene moltissimi ritratti di luoghi milanesi importanti per noi, e alcuni testi di scrittori che hanno voluto raccontare il proprio angolo del cuore. Ecco il mio.)

Non ne sono rimaste molte, alla Bovisa, di fabbriche abbandonate. In dieci anni che ci vivo le hanno demolite quasi tutte, e per fare posto a cosa poi? Distese di terra inquinata in attesa di soldi che non ci sono, cantieri di condomini che resteranno disabitati, container di lamiera arrugginita e cassette di legno per i gatti randagi: per chi sperava di veder nascere il quartiere dei creativi, oggi la Bovisa assomiglia parecchio a un sogno infranto. E così, un giorno che mi sento in vena di romanticherie, decido di fare qualcosa per volerle un po' di bene. Esco di casa nel pomeriggio con gli scarponi da montagna ai piedi. Risalgo la via fino alla stazione, oltrepasso i binari delle Ferrovie Nord, entro in quella terra di nessuno che chiamano la Goccia, mi dirigo a passo lungo verso i gasometri. Costeggiando l'inferriata dell'ex Fabbrica del Gas trovo il punto in cui qualcuno, chissà se un ladro di rame o un vagabondo o un altro esploratore come me, ha tranciato il filo spinato lassù in alto, poi guardo a destra e a sinistra: di domenica la Goccia è un deserto su cui ha appena smesso di piovere. Un'auto solitaria aspetta nel parcheggio dell'università. Oltre un muro scalcinato i treni vanno e vengono dal profondo nord. Per strada non c'è un'anima, nessuno mi vede: così allungo le mani sull'inferriata, mi arrampico fino in cima, passo una gamba e poi l'altra e salto di là. Corro acquattato finché mi ritrovo tra gli alberi, e lì mi sento al sicuro e mi fermo a prendere fiato. Succhio via il sangue dalla mano che mi sono ferito scavalcando. Alzo gli occhi sui gasometri da una prospettiva del tutto nuova: era una vita che lo volevo fare.



Un po' di storia aiuta a capire questo paesaggio inselvatichito. Il primo dei due gasometri, quello più piccolo ed elegante, fu costruito nel 1906 da una società parigina, che cominciò a produrre "gas di città" per alimentare le case e le fabbriche di Milano. Si trattava di un derivato del carbon fossile, per questo fu scelto un posto vicino alla ferrovia: interi vagoni merci venivano convogliati nello stabilimento e scaricati nei forni, dove il carbone subiva un processo di distillazione. Portato ad alte temperature e investito da getti d'acqua, dava un vapore da cui si otteneva un buon combustibile. Questo gas veniva immagazzinato in un'enorme camera cilindrica, che riempiendosi si alzava come un cannocchiale dentro la gabbia che la conteneva: il gasometro. Il secondo, quello imponente che è il simbolo della Bovisa, fu costruito accanto al primo nel 1930. La fabbrica crebbe di dimensioni fino agli anni Cinquanta, vide cambiare proprietari e processi produttivi, poi gradualmente quel tipo di gas venne soppiantato dal metano, che non necessitava di lavorazioni. Ci furono decenni di decadenza e infine l'ultimo padrone, Aem, nel 1994 chiuse i rubinetti del gas, i cancelli della fabbrica e una storia lunga tutto il Novecento. Da allora in pochi ci hanno messo piede, quasi niente è più stato toccato: è come una stanza chiusa vent'anni fa e poi dimenticata.

Adesso però a rientrarci non si trova esattamente la fabbrica di allora. Sono successe delle cose nel frattempo. La cosa più importante è che, in mezzo a platani, frassini, tigli e pioppi ormai secolari è cresciuta una fitta vegetazione spontanea. Alberi meno nobili - ailanti, robinie, betulle - e rampicanti dappertutto: un bosco selvatico che d'estate è rigoglioso come una giungla, oggi invece ha un'aria spettrale. Cammino su un tappeto di rovi così fitto che è impossibile vedere il terreno. Un paio di cornacchie nere volteggiano gracchiando sopra la mia testa. A un certo punto inciampo in qualcosa e mi accorgo che sono dei binari: due binari rossi di ruggine che finiscono di colpo tra i rovi. Lì vicino c'è una fila di vasche di cemento, sul fondo un letto di foglie marce e rami caduti. Raccolgo un casco da cantiere giallo, di plastica, e lo appendo al tronco di un platano, così se mi perdo lo vedo da lontano nel grigio della boscaglia. Poi incrociando una stradina sterrata trovo due impronte di pneumatici nel fango. Ha piovuto per tutto il giorno, perciò è sicuro che siano tracce fresche. Scopro poco più in là chi le ha lasciate: la macchina bianca di una vigilanza privata passa lenta per i vialetti che attraversano la fabbrica. Mi nascondo buttandomi nel primo capannone che trovo. Non so se mi abbia visto o no, ma il vigilante si allontana senza fermarsi. Mi guardo intorno: casse di legno con la scritta Milano Bovisa stampata a fuoco, un cumulo di cenere soffice e biancastra che evito di toccare, una carrucola di ferro cigolante, pioggia che gocciola dal tetto. Esco e torno sui miei passi, supero un'alta ciminiera di mattoni, sono di nuovo nel fitto del bosco.



Certi miei amici pensano che questo posto dovrebbe diventare un parco. Le ragioni sembrano tutte buone: primo, alla Bovisa un parco non c'è e questo esiste già, basterebbe sistemarlo e aprirlo al pubblico; secondo, se servisse a uno scopo più importante non sarebbe abbandonato da vent'anni; terzo, appartiene al Comune di Milano, e perciò a noi. Dunque dovremmo poterne fare ciò di cui abbiamo bisogno. E la Bovisa non ha bisogno di nuove case, di nuovi negozi, di nuovi parcheggi, di nuovi supermercati, perché di tutte queste ne ha già molte e pure inutilizzate, ma di un po' della bellezza che le manca, di un modo per raccontare la sua storia a chi passa di qui, di prati e alberi e panchine. I miei amici hanno perfino fondato un comitato, ma io dubito che otterranno ascolto. Non perché sia una persona pessimista di natura, ma perché mi guardo intorno e vedo bene che Milano ha già deciso cosa vuole diventare, e non credo che farà eccezioni. Così ogni tanto mi chiedo se non dovremmo occuparlo noi. Nelle mie fantasticherie faremmo così: una notte chiamiamo i fabbri della Bovisa e ci facciamo tagliare col flessibile quella maledetta inferriata. Chiediamo ai falegnami di costruire qualche panchina, ai giardinieri di piantare qualche fiore, agli artisti di portare delle cose belle. Poi quando è tutto pronto chiamiamo le madri e i padri e li invitiamo a portare i bambini: così, quando la mattina arriva la polizia, voglio vedere se hanno il coraggio di sgomberare. Bambini sgomberati da un parco autogestito alla Bovisa: io ci metto il titolo del racconto.

Infine torno verso i gasometri per andarmene a casa. Li trovo belli, così invasi dai rampicanti. Dovevano piacere molto anche a una ragazza che qualche anno fa ha scelto questo posto per morire. Si chiamava Alina, aveva vissuto alla Bovisa per un po'. Non era di Milano: di qui era soltanto passata ma si vede che qualcosa aveva amato, se alla fine ci è tornata per il suo numero d'addio. Era un'acrobata e giocoliera, aveva un po' più di vent'anni, e nelle foto che ho visto di lei faceva la mangiafuoco. Sul suo quaderno aveva scritto: Esco di scena con un salto mortale. Questo sì che è un messaggio d'addio, per la miseria. Una notte si è messa il vestito di scena, è venuta qui, ha scavalcato l'inferriata, ha fatto una corsa, si è impigliata nei rovi, si è nascosta dalla vigilanza, si è arrampicata sul gasometro più alto, poi quando è arrivata in cima ha aperto le braccia e si è buttata giù. Sotto al gasometro, su un muretto di cemento, è rimasta una scritta che va sbiadendo, e in buona parte non si vede più. Ancora un anno o due e penso che non ne resterà più niente. Il poco che sono riuscito a leggere dice: ALIENA VIAGGIATRICE NEL COSMO, NOI CI RINCONTR
Qualcuno ha cancellato il futuro, ma forse sono stati solo gli elementi.





martedì 5 maggio 2015

IL RAGAZZO E IL LAGO

(A volte, se uno scrittore è fortunato, qualcuno gli offre di saldare il debito con un libro che ha amato molto. Il libro di un suo maestro, senza il quale lo scrittore non si troverebbe dov'è, e non farebbe quello che fa, e quindi forse non sarebbe più lui ma un'altra persona. Mi ricordo perfettamente quel momento: ero in montagna e guardavo fuori dalla finestrella, cercando le parole per una storia, quando il telefono ha squillato. Il libro era Walden di Thoreau. Io?, ho pensato. Mi sono messo a ridere. Poterne scrivere un'introduzione era uno dei regali più belli che avessi ricevuto nella vita. Dopo i festeggiamenti, la paura, il lavoro, esce oggi nei tascabili Einaudi: eccone qualche riga.)

Questo libro vecchio ormai come un albero secolare, nato nell'età dell'innocenza americana e diventato alto, robusto e frondoso sotto le tempeste del Novecento, rifugio di tanti e tanti ragazzi scappati di casa, racconta in fondo la storia di uno di loro: Henry Thoreau aveva ventisette anni, quando lasciò la piccola città in cui era cresciuto e se ne andò a vivere sulle rive del lago Walden. In paese aveva qualche amico, nessuna fidanzata, una madre che si preoccupava per lui e un padre che l'avrebbe voluto nella sua fabbrica di matite. Ma Henry detestava le matite così come l'operosità dei suoi concittadini, bravi cristiani devoti a Dio e al lavoro, o forse a quella misura del lavoro che è il successo economico e sociale. Gli sembravano tutti infelici. Lui amava piuttosto leggere, vagabondare nei boschi, scendere i fiumi in barca con suo fratello John. A sedici anni era andato a studiare nella grande città, Boston, dove aveva respirato l'aria dei classici, e a venti era tornato indietro pieno di irrequietezza, disprezzo per il conformismo piccolo borghese, sogni di una vita avventurosa.
Concord, il paese in questione, era in quegli anni la casa del filosofo Emerson, che aveva raccolto intorno a sé un circolo di poeti e intellettuali e fondato il movimento del Trascendentalismo, in aperta rottura con l'etica puritana e con le prove di capitalismo in atto nel New England di metà Ottocento. In cosa consisteva questa dottrina? Da un punto di vista filosofico, in un culto della natura. Nel suo libro-manifesto del 1836, intitolato per l'appunto Nature, Emerson le assegnava quattro funzioni fondamentali: una pratica (il cibo e le materie prime che otteniamo da lei), una estetica (la bellezza di cui godiamo attraverso i sensi), una linguistica (le parole che abbiamo inventato per descriverla, e che usiamo per pensare), una spirituale (l'esperienza del divino che facciamo nella natura). Era un inno alla libertà, anche, e libertarie furono le azioni politiche dei suoi seguaci: agli albori della democrazia americana si opposero spesso e radicalmente al potere dello Stato; chiesero a gran voce l'abolizione della schiavitù e aiutarono illegalmente schiavi fuggiaschi a espatriare; contestarono la guerra di espansione contro il Messico fino a rifiutarsi di pagare le tasse al governo e finire per questo in galera; fondarono scuole ispirate a una pedagogia antiautoritaria e comuni agricole vegetariane; e furono dunque antirazzisti, nonviolenti, pacifisti ed ecologisti molto tempo prima che queste definizioni fossero coniate.
Henry a vent'anni trovò in quel mondo il suo ambiente ideale. Cominciò a frequentare il salotto di Emerson, a leggere moltissimo, a scrivere sulla rivista del gruppo, a tenere qualche conferenza. Allo stesso tempo, faticava a guadagnarsi da vivere. Parecchi suoi compagni venivano dall'alta borghesia, lui no: provò a fare l'insegnante, ma non si adattava ai metodi dell'epoca e dopo poco tempo si licenziò; svolse una serie di lavori manuali che gli sarebbero tornati utili più tardi nella sua avventura; per un po' si rassegnò a fabbricare le maledette matite del padre. Poi, chissà se per stima o carità, fu lo stesso Emerson ad assumerlo, accogliendolo in casa propria come istitutore dei suoi figli. Ma quella mansione a Henry non doveva piacere un granché, se di lì a poco cominciò a immaginare un esperimento radicale: andare a vivere nel bosco, da solo, senza soldi o quasi, e vedere se ce la faceva. Voleva mettere in pratica le teorie del maestro, ma non era soltanto la filosofia ad animarlo. Erano i suoi problemi economici, la sua indole di solitario, la sua insofferenza verso le regole e i padroni, la sua giovinezza. "Andai nei boschi perché volevo vivere in maniera autentica, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, per vedere se riuscivo a imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto". Ne parlò con Emerson, che si mostrò entusiasta del progetto - o forse era entusiasta di levarsi di torno il ragazzo - tanto da prestare a Henry un suo terreno, un pezzo di bosco da legname sul lago Walden. Con i risparmi che aveva da parte, Henry comprò una baracca da una famiglia di povera gente. La smontò, recuperò assi e travi, le pulì dalla terra e dalla muffa, trasportò il materiale sul terreno di Emerson e passò la primavera del 1845 a costruire la sua casetta. Non vedeva l'ora di abitarci, ma aveva scelto una data simbolica per il trasloco. Doveva essere un atto rivoluzionario, la liberazione personale del giovane Henry Thoreau: così, la mattina del 4 luglio, celebrò il Giorno dell'Indipendenza prendendo le sue poche cose e trasferendosi a Walden. Ci sarebbe rimasto per due anni, due mesi e due giorni, che sono la materia di questo libro.



mercoledì 31 dicembre 2014

PRIMO AMORE E ALTRE MISERIE

Dei racconti che ho letto quest'anno, chissà perché, le tre raccolte più belle arrivano tutte dal passato. Starò mica diventando un nostalgico anch'io? Una è La nostra storia comincia di Tobias Wolff (Einaudi 2014). Era da tempo che aspettavo questa antologia, uscita in America nel 2008 ma composta dai racconti di una lunga carriera: ovvero quelli di In the Garden of the North American Martyrs (1981), Back in the World (1985) e The Night in Question (1997), benché l'ultima raccolta in italiano esista già e i lettori come me la conservino tra i libri speciali. Wolff è stato un buon amico di Carver, uno dei pochi (Ray da bravo alcolizzato se n'era giocati parecchi). C'è una foto in cui compaiono entrambi insieme a Richard Ford, nel 1985 o giù di lì: erano scrittori di racconti - un genere che in quel momento, strano a dirsi, andava di gran moda - venivano dagli stessi posti e scrivevano storie crude, tanto che qualche critico aveva coniato per loro la definizione di dirty realism, realismo sporco. Nel libro in cui quella foto compare, Carver parla di Ford e di Wolff come dei suoi migliori amici. Lui era già famoso, gli altri due avevano esordito da poco. Tutt'e tre sorridevano in occasione di qualche evento letterario - Carver con gli occhiali e un vestito grigio troppo abbondante, goffo e fuori posto come al solito; Ford con i capelli lunghi, unti, le guance scavate, quella faccia da rapinatore di farmacie; Wolff con i baffoni e la pelata da zio buono, anzi da zio sbirro -  e Ray infine aggiungeva: chissà dove saremo tra vent'anni. Ora che gli anni passati non sono venti, ma trenta, lo sappiamo dove sono quei tre: Carver è morto da un pezzo e abita ormai nel paradiso dei classici, Ford è un pezzo grosso della letteratura americana, Wolff invece si è defilato. Non so perché. In questi trent'anni ha pubblicato un memoir, due romanzi brevi e i racconti contenuti in questo libro. Di cosa parlano? Soprattutto di vigliaccheria, secondo me. E poi dello strumento dei vigliacchi, che è la bugia. E poi di ciò che insorge quando la bugia è smascherata: la vergogna. Molti racconti sono ambientati nell'esercito (Tobias Wolff ha fatto per anni il soldato di professione), molti altri nei college universitari (dove tuttora insegna). Non avrei timore nel definirli racconti morali, nel senso che si interrogano - ci interrogano - su questioni come l'onestà, la responsabilità, il senso del dovere; al loro centro c'è il momento in cui, potendo scegliere, decidiamo se farci avanti o sottrarci, se salvarci la pelle o rischiarla per la pelle di un altro, e quella scelta definisce chi siamo. Viene sempre citato Carver parlando di scrittori di racconti americani, ma qui Carver c'entra poco: il parente più stretto di Wolff secondo me è Richard Yates. Io che organizzo la mia biblioteca secondo questi legami li ho messi uno accanto all'altro sullo scaffale.

Il secondo libro s'intitola Uomini e comandanti (Einaudi 2014) ed è di Giulio Questi, che cominciò a scriverlo negli anni Quaranta e lo finì mezzo secolo dopo. Di anni ne aveva diciannove quando andò partigiano sulle sue montagne - tra la val Brembana e la Valtellina - e ventiquattro quando scrisse i primi racconti, subito notati da Vittorini. Che avrebbe anche voluto pubblicarglieli, solo che poi Giulio Questi cambiò idea sulla propria vocazione, e da Bergamo se ne andò a Roma per fare cinema: aiuto regista, sceneggiatore, attore, e infine regista di spaghetti western e film sperimentali. Visse per un bel pezzo in Sud America, prima di tornare in Italia e lavorare per la televisione. Infine, negli anni Novanta, decise di riprendere quei racconti giovanili, ne scrisse qualcun altro, li raccolse e stampò in proprio qualche copia da regalare agli amici. Non aveva più ambizioni letterarie, a settant'anni suonati. Ce ne sarebbero voluti altri venti perché un editore venisse a conoscenza delle sue storie e le pubblicasse in questo gran bel libro: che parla di partigiani impauriti, smarriti, affamati; di comandanti sbandati da eliminare e comandanti nostalgici a cui disobbedire e comandanti coraggiosi come eroi; di rastrellamenti e imboscate ed esecuzioni; di montagne e montanari. Giulio Questi scriveva con crudezza e ironia. Con una scrittura esperta, allenata a osservare e ascoltare, insieme raffinata e scarna (del resto è sempre così: meno parole usi, più attentamente le scegli). Aveva conosciuto Fenoglio prima che morisse - volevano fare un film da Una questione privata - e non credo che Fenoglio si rivolti nella tomba se dico che Uomini e comandanti mi ha ricordato proprio I ventitré giorni della città di Alba: sono racconti che dialogano tra loro, hanno la stessa amarezza e la stessa ironia, stanno bene insieme. È bello che questo libro infine esista, sarebbe stata una gran perdita se fosse andato smarrito in qualche cassetto o solo nella memoria di chi l'ha scritto. Forse lo pensava anche Giulio Questi, che ha aspettato settant'anni a pubblicarlo ed è morto subito dopo, nel sonno, in pace, alla fine di una lunga vita avventurosa, appena un mese fa.

Infine: sapete cos'è, per un lettore, il ritorno di fiamma? È quella cosa che nella vita non dovresti mai fare, innamorarti un'altra volta di una ragazza che ti ha già fregato in passato. Per il lettore funziona più o meno allo stesso modo: eri convinto di essertela lasciata alle spalle, quella roba che leggevi da giovane, e ripensavi a lei con l'occhio lucido ma anche con un sorriso d'indulgenza, come a dire: sono cose da ragazzi. Invece poi t'imbatti in un libro come Knockemstiff, di Donald Ray Pollock (Elliot 2009), e ci sei di nuovo dentro fino al collo. Non so perché mi sia scappato quando è uscito, forse per il titolo così ostile: ma del resto è ostile anche il luogo da cui prende nome. Knockemstiff - detta anche il Buco - è una cittadina sperduta nell'Ohio meridionale, e il riferimento è proprio alla cara vecchia Winesburg e alla raccolta di racconti che ha fondato il Novecento americano.  Solo che Knockemstiff esiste davvero (anzi è esistita: ormai non è altro che un Buco fantasma), ha l'aspetto di un pugno di baracche e case mobili e i suoi abitanti non sono i contadini, i droghieri, gli osti e le massaie di Sherwood Anderson, ma gli alcolisti, i disoccupati, i rapinatori, i vagabondi, i tossici e le prostitute di Hubert Selby Jr., di Breece Pancake e di Denis Johnson, di cui Pollock mi sembra il degno erede. Sono racconti sporchi e cattivi, storie per stomaci forti. Parlano di violenza, di solitudine, di degrado fisico e morale, di vite dannate della cui esistenza preferiresti non sapere. A volte in quello schifo c'è un momento di grazia, a volte la grazia è tutta nella scrittura di Pollock: uno che a Knockemstiff ci è nato e cresciuto, e riesce a guardarci dentro e trovarci qualcosa di così umano da farci venire paura di noi stessi, di ciò che potremmo essere o forse di ciò che in segreto siamo. Era questa, la letteratura americana di cui mi sono innamorato una volta, e che mi lascia secco ogni volta che la ritrovo: libera e selvaggia e bella come un primo amore.

lunedì 22 dicembre 2014

ERBA SECCA, NIENTE NEVE

Se ho un autogrill preferito è solo per un motivo: vende birra tedesca in confezione da sei e la vende a metà prezzo. Si trova ai piedi delle montagne, sull'altro lato delle due cime gemelle che vedo da casa mia, e che da quaggiù sembrano due altissime sentinelle. Le guardo tornando alla macchina nell'aria secca e pulita. La nebbia della pianura si è diradata già qualche chilometro fa, insieme alla mia febbriciattola di stamattina: sono entrambe lontani ricordi quando riavvio il motore, butto le birre sul sedile del passeggero, ne stappo una imboccando di nuovo l'autostrada. Un po' di schiuma mi cola sui jeans che dovrei lavare. Salute, dico alle montagne gemelle. La birra è tiepida, pastosa. Stringo la lattina tra le cosce mentre accelero fino ai centotrenta. Lucky sul sedile dietro si agita e guaisce d'impazienza, ha capito già da un pezzo dove andiamo.

Arrivo in paese che sono appena passate le cinque. Ho ancora mezz'ora di luce e così, invece di entrare in casa, me ne vado a fare un giro. Non c'è neve se non molto in alto, ben oltre i duemila metri, e si vede che ha fatto caldo e ha piovuto: i prati sono verdi come alla fine dell'estate. Poi, via via che salgo di quota sul sentiero, cominciano a scolorire e seccare. Lucky è sparito fin dall'inizio, inseguendo chissà quale odore nel bosco, presenze che io non sono ancora pronto a percepire. Tornerà quando vuole lui, mi troverà lui. Raggiungo una vecchia baita proprio mentre la luce cala e viene notte; succede in pochi minuti in questo giorno più corto dell'anno. Così mi siedo su un muretto a secco. Accanto a me gorgoglia il filo d'acqua di una fontana. Oggi è il solstizio d'inverno e io gli rivolgo una preghiera: che sia pieno di amore, e di montagna, e di scrittura. So che è moltissimo quello che chiedo. Anche se non nevica fa niente. C'è già una bella stellata, e niente luna, quando torno con calma verso casa. Colgo nell'oscurità una macchia bianca che esce dal bosco, poi la macchia mi corre incontro ed è un cane ansimante, accaldato, felice, con i sensi all'erta e il fiato che esce in nuvole di vapore. Hai fatto una buona caccia?, gli chiedo. Lo annuso e sa di muschio. Lucky mi lecca la faccia e subito scappa via. Immagina, mi dico, immagina per un momento di essere lui: correre come un pazzo tra i rododendri spogli, le radici contorte dei larici, il ginepro che punge la pelle, al buio, rasoterra, inseguendo un odore, senza nemmeno sapere cos'è che ti chiama.

venerdì 24 ottobre 2014

A PESCA NELLE POZZE PIÙ PROFONDE

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri. Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall'americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell'edizione originale, l'ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un'antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C'erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci. Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus' Son - l'esordio di Denis Johnson - tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l'avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D'Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c'era una foto dell'autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D'Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l'ultimo dei suoi pensieri.
Il racconto di Wallace in quell'antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D'Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori - e se per questo li incontro ancora - che dichiaravano con noncuranza: "io non leggo racconti", come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c'erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C'erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell'amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un'intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all'ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D'Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all'altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O'Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po'. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d'amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.