venerdì 3 marzo 2017

IN ALTIPIANO

(Questo pezzo è uscito su Robinson il 26 febbraio)

Provo un senso di meraviglia, e insieme di ritorno, entrando per la prima volta nella terra di Mario Rigoni Stern. Ritorno perché lo scrittore, della sua piccola patria, ha tracciato la mappa in moltissimi racconti a cui voglio bene, e meraviglia perché l'Altipiano è come un paese straniero dentro il Veneto della mia infanzia: la strada parte tra i capannoni industriali e i campi spogli, si lascia alle spalle la nebbia, la brina e il cemento della pianura d'inverno, e in pochi chilometri sale a mille metri d'altezza, in mezzo ai boschi e alla neve. Lassù supera un ultimo dosso e allora, davanti agli occhi, si apre un paesaggio del tutto nuovo. Non è la montagna a cui sono abituato: niente valli, cime, dirupi, gole tagliate dai torrenti, ma crinali dai profili dolci, colline scure di abeti e ai loro piedi, nelle conche, campi e paesi nella neve. Sembra un paesaggio boreale più che alpino, un Grande Nord che vigila severo sopra le nostre città di pianura. È lo stesso modo in cui ho sempre immaginato Mario Rigoni Stern.
Qualche tempo fa ho spedito il mio romanzo a sua moglie Anna, scrivendole che, se questo libro esiste, lo devo in gran parte a Mario, di cui mi ritengo un allievo. Lei mi ha mandato in risposta un biglietto gentile e allora, oggi, insieme a un amico la vado a trovare. Siamo partiti da Milano col buio per essere qui di buon mattino: attraversiamo il paese di Asiago e proseguiamo oltre, per una stradina che porta al limitare del bosco, verso la casa in cui Mario ha abitato dagli anni Sessanta in poi. L'ultima, sognata durante la guerra e costruita con le proprie mani, con l'orto fuori, la legnaia sul lato al sole e l'arboreto salvatico tutt'intorno, e dentro, “nel tepore, mia moglie, i miei libri, i miei quadri, il mio vino, i miei ricordi”.
Anna di questo rifugio è sempre stata la custode. Io ho perso entrambe le nonne troppo presto per ricordarmele, ma oggi avrebbero più o meno l'età di questa donna di novantacinque anni, lucida di testa e salda sulle gambe, capace di stringere la mano a un uomo e accoglierlo in casa sua. Tutto in lei – l'accento veneto, il grembiule a quadretti, lo chignon di capelli grigi ancora folti e spessi, perfino una certa durezza nei modi e nello sguardo – ha un'aria di famiglia per me. “Nevica?”, chiede. Non ancora, ma forse comincia. “Ieri sono passati due cervi”, dice, “sentivano la neve”. Le chiedo se ne ha mai cacciati perché so che è stata una gran tiratrice da ragazza, medaglia d'oro ai campionati nazionali in epoca fascista. Lei sorride e scuote la testa: piuma, non pelo. “Andavo con mio padre, da bambina, a vedere le covate dei forcelli. In dote quando mi sono sposata ho portato il 16 e il 22. Dopo ho smesso”. Il 16 e il 22 sono fucili e l'anno era il 1946: Anna e Mario avevano venticinque anni, lui appena tornato dal lager con poca carne sulle ossa e un manoscritto nella tasca della giacca. Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato...
Mario manca da questa casa da nove anni ormai, e mi guardo intorno cercando segni di quest'uomo che non ho mai incontrato, e che pure mi sembra di conoscere così bene. In un angolo, accanto al camino, c'è la scultura con cui lo ritrasse Augusto Murer, un soldato di bronzo che avanza a fatica, addosso un mantello o forse una coperta, gli stracci ai piedi. Alle pareti quadri di betulle, gli alberi preferiti insieme ai larici: il larice gli ricordava le montagne di casa, la betulla la steppa russa. Amava anche il faggio, per il fuoco: sento odore di fumo e tra poco scoprirò che di là, sotto la caffettiera, il legno brucia in una cucina economica.
Anna sta ancora parlando di fucili, del Bayard acquistato grazie al premio Viareggio del '53, l'anno del Sergente. Tre cose Mario comprò con quei soldi: “La radio, la cameretta dei figli, il Bayard”. Ne desiderava una quarta, e per caso tra i giurati del Viareggio c'era Adriano Olivetti, così durante la cerimonia gli chiese una macchina da scrivere di seconda mano. Olivetti rise. In quei giorni ad Asiago arrivò una Lettera 22 nuova fiammante, che Mario avrebbe usato per cinquant'anni. La casa, questa casa, sarebbe venuta dopo, nel '62. La progettò lui stesso, con la camera da letto a est e la cucina a ovest, “così la mattina c'era luce in camera, la sera in cucina”, lontano dal paese dove si chiedevano perché il loro ex alpino, impiegato del catasto, scrittore ormai famoso, se ne andasse a vivere in mezzo ai boschi. Non era l'unica cosa che non capivano di Mario.
Alcuni di questi racconti li conosco, altri li ascolto per la prima volta dalla voce di Anna. E accanto all'uomo che immaginavo ne prende forma un altro: un uomo esuberante, che amava raccontare storie, litigava con i figli per la politica, invitava troppa gente a casa, perdeva le cose. “Noi siamo andati d'accordo perché io ero negativa e lui positivo. Lui entusiasta di tutto e io pessimista”. A un certo punto avrebbe potuto andarsene via. Una parte del paese gli rimproverava non solo la fama, ma l'ambientalismo negli anni del cemento, delle seconde case e delle piste da sci, le idee politiche in questo Veneto democristiano, la voce sempre fuori dal coro. Avrebbe potuto andare a Milano o a Torino, in Einaudi c'era posto per lui e quelli non erano anni di ritorno alla montagna, gli scrittori abitavano in città. Invece rimase sempre qui. Girava in bici d'estate e con gli sci d'inverno: “La patente non l'ha mai presa. Abbiamo fatto gli esami di guida insieme ma sono stata promossa prima io, allora lui ha detto che in casa bastava una patente sola. Lo accompagnavo dove doveva andare”. Qualche volta molto lontano, perché i libri di Rigoni Stern sono tradotti in tutto il mondo. In Polonia, in Svezia, in Francia, in Olanda, in Russia. La Russia che di Mario Ivanovic era la patria elettiva. Anna osserva le betulle nei quadri. “La Russia ti lascia una nostalgia incredibile”, dice, e mi sembra di sentire parole ripetute tante volte, in questa casa, da un'altra voce.
Prima di andare via mi fa un regalo: mi guida per le scale che vanno di sopra, tra gli scaffali di libri e la bacheca dei fucili, in una stanza che da nove anni non è stata più toccata, ed è diventata un piccolo museo. Lo studio di Mario dev'essere solo un po' più ordinato di quando ci lavorava lui. Libri su ogni parete, il tavolo con la Lettera 22, il cappello da alpino, poche fotografie. Raccolte di mappe di guerra e due biglietti di Primo Levi che spuntano da un libro: nel primo, degli anni Cinquanta, c'è scritto “Caro Rigoni”, nel secondo degli anni Sessanta “Caro Mario”. Io però, più che dalle carte, mi sento attratto dalla finestrella che sta dietro al tavolo, e dà sul bosco. Anche la mia in montagna dà su un bosco. L'inverno per Mario era la stagione dei ricordi, lo riportava a inverni lontani: guardo fuori e ripenso a quest'uomo e ai suoi anni, alla sua eredità che sento il bisogno e il dovere di mantenere viva. Sul bosco nevica rado. I faggi spogli tra gli abeti scuri sembrano sbuffi di fumo. Penso che dopo uscirò nella neve e andrò su per un sentiero a fare un giro.


(foto di Giuseppe Mendicino: grazie per avermi accompagnato qui)

venerdì 16 dicembre 2016

IL MODO DI NIVES

(Ecco qui la versione lunga della conversazione con Nives Meroi, uscita su Robinson della Repubblica l'11 dicembre)

Da tempo avevo smesso di leggere i libri degli alpinisti. "Conquistatori dell'inutile", così li chiamava Lionel Terray, ma se è inutile lo scopo, cioè salire in cima alle montagne, l'utilità andrebbe cercata nel gesto, in quel che si scopre e si realizza compiendolo. Nel come si va in montagna, invece gli alpinisti fanno sempre a gara sul quanto: quante cime e in quanto tempo, e chi ci è andato per primo o da solo o d'inverno o per la via più difficile. Ci voleva una donna a riempire di nuovi significati questa lotta tra superuomini. Il libro è Non ti farò aspettare di Nives Meroi, e comincia come gli altri: nel 2009 Nives era in corsa per diventare la prima donna al mondo ad aver salito tutti i quattordici Ottomila. Stava scalando il dodicesimo quando il suo compagno di vita e di montagna, Romano Benet, si sentì male, mostrando i sintomi di una grave anemia. Romano disse a Nives di andar su senza di lui, lei invece decise subito di scendere insieme, salvandogli la vita. Cominciò poi in Italia, nei mesi e negli anni successivi, la lunga prova della malattia - il "quindicesimo Ottomila", la chiama Nives nel libro. Così come era scesa dal Kangchendzonga la prima volta, decise di ritirarsi dalla gara. La vinse un'altra donna, o forse la perse perché proprio con quel ritiro Nives cominciò a dare senso al proprio alpinismo, a riempirlo di significato. Una ricerca di pulizia, rispetto, onestà, non violenza, relazioni tra le persone e con la terra. Non tanto, non più un modo di scalare le montagne ma un modo di stare in montagna, e lo stare in montagna come modo di stare al mondo.
Ho voglia di parlarne con lei, così telefono a Nives un pomeriggio di dicembre. "Viviamo al margine della foresta, in mezzo a prati dove la mattina i caprioli scendono a pascolare": la immagino lì, mentre guardo dalla finestra un paesaggio simile su cui in questi giorni è caduta la prima neve. Ma io sto in Valle d'Aosta, lei in Friuli, io a due passi dalla Francia e lei dalla Slovenia: le nostre voci percorrono tutte le Alpi per parlarsi. Quella di Nives è un po' roca, da fumatrice. Ha una risata aperta, a cui si lascia andare spesso e mette allegria. Mi piace che non dica mai alpinismo, lei dice andare in montagna. Ti fa venir voglia di essere con questa donna in un'osteria delle sue parti, a chiacchierare davanti a un litro di vino.

C’è una frase bella che hai scritto: "In questi posti lontani dal mondo, dopo la tenda il libro è il più bel rifugio dalla neve che cade". Non avevo mai trovato un alpinista che cita Conrad, Camus, Saramago.

Un libro è un dono. A casa leggo pochissimo, ho sempre troppe cose da fare. È completamente diversa l'esperienza di lettura al campo base dove caschi dentro alle pagine senza riuscire a saltarne più fuori. A volte c'è brutto tempo e devi stare chiuso nella tenda per giorni interi. Il gusto, la qualità e il piacere della lettura sono diversi in quelle tendine a cinquemila metri.

Ma ti porti i libri di carta?

Sì, quando siamo in spedizione ognuno porta un po' di libri e facciamo la biblioteca nella tenda mensa. Così poi dopo uno legge anche i libri degli altri e succedono degli incontri strani, com'è stato per me con La linea d'ombra di Conrad o Cecità di Saramago. Ci sono libri che arrivano quando devono arrivare. Nel momento giusto arriva il libro che segna un punto di svolta nella tua vita.

La linea d'ombra parla di un ragazzo che diventa uomo prendendo per la prima volta il comando di una nave. Cecità di un mondo in cui, per un'epidemia, diventano tutti ciechi tranne una donna. Ci sono un bel po' di somiglianze con la tua storia, parlano di te questi libri?

Oddio, detta così fa spavento! Non ho ancora ben capito perché quel ruolo tocchi a una donna. O forse sì: una favola sul Kangchendzonga parla di una grande madre che ha generato il mondo e la montagna, e poi dalle nevi della montagna ha creato il primo uomo e la prima donna, e li ha fatti scendere nelle valli a vivere e prosperare. C’è un principio femminile nelle religioni antiche. La montagna madre l'abbiamo conosciuta anche noi: il Kangchendzonga ci ha accolti tra le sue braccia per farci rinascere a nuova vita.

Prima però vi ha respinti, non vi voleva.

Sì, è vero, non eravamo ancora pronti. Io non mi ero ancora liberata di quel senso di sporcizia, quella puzza che mi sentivo addosso per avere preso parte allo spettacolo. Noi abbiamo recitato una parte, siamo stati al gioco della corsa femminile agli Ottomila perché era l’unico modo per trovare degli sponsor e riuscire a ripartire ogni anno. La montagna però mi aveva mandato dei messaggi, già un paio d'anni prima mi ero rotta una caviglia tentando di salire il Makalu d’inverno. Ho continuato a non capire finché la montagna non mi ha messa di fronte a una scelta.

Senti, ma non c'è una specie di violenza verso la montagna che è connaturata all'alpinismo? Alpinismo è arrivare in cima, non per niente si è sempre parlato di conquista.

No, non per me! Un percorso bellissimo che abbiamo fatto io e Romano è la Cengia degli Dei, un sistema di cenge di sette chilometri che gira intorno a un gruppo di montagne della nostra zona. Si tiene sui 2200 metri, non tocca la cima e infatti è chiamata la via eterna.

Mi ricorda il pellegrinaggio che i buddisti tibetani fanno intorno al monte Kailash. Per loro arrivare in cima alla montagna è un gesto sacrilego, la cosa giusta da fare è girarle intorno. Non sarà che il modo orientale di andare in montagna è più rispettoso di quello occidentale?

Sì, anche se i climbing sherpa in vetta ci arrivano trascinandosi dietro i clienti. Gli abbiamo insegnato noi che tutto ruota intorno ai dollari. Questa primavera siamo tornati per la terza volta al Makalu, l’esperienza è stata veramente brutta dal punto di vista umano, uno sbattere il muso sempre più violentemente contro l’arroganza dell’alpinismo fatto coi soldi.

Hai scritto che la cosa più avvilente della corsa agli Ottomila è che in quella situazione le donne si erano messe a fare a gara come gli uomini. Si erano piegate al modo maschile di andare in montagna, invece di inventarne uno femminile. Hai capito qual è l'alternativa?

Posso dirti qual è il mio modo di andare in montagna. Non mi interessa la competizione ma tirare fuori da me stessa le mie massime capacità. Non contro gli altri ma attraverso gli altri, attraverso la collaborazione con gli altri, all’interno di una cordata o di una spedizione. Lavorare insieme per raggiungere un obiettivo, ciascuno con le sue qualità. Come tra me e Romano: lui fisicamente e tecnicamente è più forte di me, ma io ho altre caratteristiche.

Quali?

Intanto mi puoi caricare come un mulo! E poi una grande resistenza mentale, che in alta quota è importante quanto la prestanza fisica.

È per questo Romano non è mai andato senza di te? Scrivi che durante la salita al K2, il vostro "K in due", a un certo punto hai avuto la certezza che lui ce l'avrebbe fatta anche da solo.

Sì, lui è un alpinista molto forte, se si fosse trovato un compagno uomo avrebbe fatto anche cose più importanti di quelle che ha fatto con me. Ma gli interessa di più vivere certe esperienze insieme.

Questo mi ricorda una frase di Tolstoj che viene da La felicità domestica. Io la conosco perché il libro fu trovato nello zaino di Chris McCandless, il ragazzo morto in Alaska dopo tre mesi di vita solitaria nei boschi. Chris aveva segnato la frase: "La felicità è vera solo se condivisa". È questo il punto tra voi, la felicità di un Ottomila è più vera se ci arrivate insieme?

Non solo di un Ottomila. Le spedizioni sono viaggi lunghi che durano due mesi. Fin dalla prima volta ti rendi conto che la parte alpinistica è solo una parte del viaggio, e che esperienze così sono molto più ricche e più ampie se fatte a piedi. C'è chi si fa portare al campo base in elicottero, va e torna in quindici giorni, ma io non so proprio che cosa vedano in quel modo. Poter fare il cammino in due, arrivare in cima in due e guardarsi intorno e poi mettere insieme le prospettive, io penso ti dia la possibilità di fare un dipinto ancora più ricco e più ampio.

La qualità del vostro rapporto cambia quando siete a casa? Com'è la vita di tutti i giorni dopo che che siete stati insieme in una situazione così estrema?

È il contrario, in una tendina sul ghiacciaio è lo stesso che a casa, potremmo essere studiati per le dinamiche di coppia a diversi gradi di mancanza d'ossigeno. A parte gli scherzi, in montagna è necessario essere autosufficienti: ognuno deve sapere se è in grado di fare quello che sta facendo. Sono più di trent'anni che io e Romano andiamo in montagna insieme, e sappiamo che in quegli ambienti sei comunque solo. Siamo due solitudini che vanno su ognuna al suo passo, e ci ritroviamo alla fine. Romano sul Lhotse è arrivato in cima due ore prima di me, poi è stato lì al freddo ad aspettarmi.

Allora l'hai fatto aspettare una volta...

È vero! Ma sapeva che stavo arrivando, che sarei arrivata.

Si sente leggendoti quanto vuoi bene a quelle montagne e quei posti. Io ci sono stato una volta sola, l'anno scorso a fare il giro dell'Annapurna, me ne sono innamorato subito e credo che ci tornerò presto. Mi racconti del tuo rapporto con il Nepal?

È proprio di affetto ormai. Sono tanti anni che torniamo, ed è bello anche ripercorrere le stesse strade. Vedere le cose che sono cambiate, quelle che sono rimaste uguali, ritrovare le persone, sentirsi a casa. Visto che anche tu vivi in alto lo puoi capire: c’è un filo che unisce tutti i popoli di montagna, se cammini lungo i sentieri in Nepal ritrovi gli attrezzi che la gente usava sulle Alpi fino a poco tempo fa. La gestione del territorio, le strategie per sopravvivere. Io non mi sento tanto diversa quando sono là.

Però noi abitiamo nella parte ricca del mondo. Come possiamo avvicinarci a quei posti nel modo giusto?

L’errore che noi occidentali facciamo è pensare che loro sono più poveri, e quindi più stupidi. Se non cadiamo in quest’errore riusciamo ad aprire gli occhi e vedere le capacità delle persone, la loro dignità, la loro fierezza. Loro hanno un sapere che noi non abbiamo, quello di vivere all’interno di un ambiente. L'ho pensato più volte, se a noi ci mettono in quei posti non sopravviviamo a lungo, sul versante nord del Karakorum siamo rimasti del tutto isolati per due mesi e ho visto la differenza tra il nostro modo di stare lì e il loro. Noi non sappiamo più vivere se non in una dimensione urbana e domestica, non ci sappiamo più adattare all'ambiente selvatico. Questa è la ricchezza che loro hanno e che noi abbiamo perduto.

C'è qualcosa che possiamo recuperare o almeno proteggere? Che cosa possiamo fare di buono per le Alpi?

Salvaguardare la specificità della montagna, non solo come paesaggio ma come modo di vivere. La montagna oggi viene sfruttata e proposta - da noi montanari per primi - come luogo di svago e basta, mentre è fondamentale far sapere che esiste un altro modo di vivere. Un'altra cultura, un altro stile di vita, un'alternativa rispetto al modo di vivere della città, una diversità che va protetta perché è bello che esista.

Vuoi consigliare una montagna da scoprire sulle Alpi?

Ho un legame particolare con le montagne di casa, le Alpi Giulie. Sono montagne basse, non si sale sopra i 2800 metri, ma severe e selvagge. Il monte che ho davanti a casa è il Mangart: io lo vedo dalla finestra della cucina e mi sono scelta il posto al tavolo in modo da averlo di fronte, così ogni giorno quando mi alzo lo guardo e vedo che umore ha.

Chiacchieriamo ancora un po': di Nepal (le chiedo consiglio su un giro che voglio fare), di libri (le consiglio io un grande poeta delle sue parti, Pierluigi Cappello), poi la ringrazio e la saluto. La mattina dopo mi alzo presto, sono le sette di mattina e qui all'ovest è ancora buio. Voglio vedere se lì a est Nives è già in piedi, così le mando un messaggio chiedendole com'è il Mangart stamattina. Mi risponde in un minuto: "Si sta svegliando anche lui. I primi raggi colorano di rosa la neve sulla cima".


martedì 8 novembre 2016

LE OTTO MONTAGNE

Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall'altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s'incontra qualcuno, un grande lago dall'aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. Camminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l'altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c'è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l'alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C'è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell'altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l'altra ci siamo pure incontrati - io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario - senza poter immaginare che in un futuro lontano vent'anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno.

Poi avevamo superato il colle, la forca. Ecco un'altra sensazione che mi piace tanto in montagna: quegli ultimi metri prima dello spartiacque, il senso improvviso di apertura, il momento in cui puoi guardare di là e di colpo ti si stende davanti un mondo nuovo. Nessuno di noi due si era mai spinto in quel vallone. Non avevamo più racconti di là, niente più ricordi, niente più malinconia: prendevano il loro posto l'allegria della discesa e l'ebbrezza dell'esplorazione. L'altro versante era tutto diverso dal nostro, una gola sassosa che precipitava verso il fondovalle. In inverno aveva nevicato parecchio, così nel tratto più alto, anche se ormai era estate, ci buttammo giù scivolando per i nevai ghiacciati, il mio amico con la sua tecnica della raspa che più tardi gli sarebbe costata una caviglia, io a balzi perché non so sciare. In basso poi la neve finiva e cominciava un bosco secco, di larice e pino silvestre, con un sottobosco di erbe alte in cui il sentiero spesso si perdeva. Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l'inventore. Quella volta il mio amico andava avanti e io ero contento di seguire i percorsi tracciati da lui, perché dovevo pensare.

Ecco a cosa stavo pensando: da tempo volevo scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile. Credo di avere appena spiegato perché questi temi nella mia testa sono tanto legati tra loro. Sapevo che ci sarebbe stata una montagna intorno alla mia storia, un padre all'inizio di tutto, e due amici al centro; e sapevo che il suo respiro sarebbe stato più ampio del solito, per i modelli che avevo in mente e per la scrittura che volevo ottenere. Ero in cerca del mio Due di due e del mio Narciso e Boccadoro, del mio In mezzo scorre il fiume e del mio Gente del Wyoming. E quel giorno, nel Vallone della Forca, andando dietro al mio amico fuori dal sentiero, mi ricordo di aver pensato: ma ce l'hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. Hai i personaggi, i ricordi, i luoghi, non ti resta che mettere insieme i pezzi e trovare le parole. Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l'hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla. Vai a casa e comincia. Di colpo c'ero già dentro fino al collo.

Poi me la sono presa comoda, perché ci ho messo due anni. Fosse stato per me, ne avrei impiegati anche tre o quattro. Io sarei come quei pittori che la mattina si alzano, si stiracchiano, guardano il quadro per un'ora o due, poi danno una pennellata e la giornata di lavoro è finita. Ma per fortuna con il lavoro bisogna anche guadagnarsi da vivere: dico che è una fortuna perché, per quelli come me, il morso della vita alle chiappe della scrittura fa un gran bene, aiuta a non stare troppo comodi e a non perdersi nei propri vizi. Ci ho messo due anni ma avrebbero potuto essere pochi mesi. Ho idea che non sarebbe cambiato nulla: questa storia è uscita così com'è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine. Mi ricordo i giorni in cui scrivevo l'ultimo capitolo, di nuovo in giugno, lavorando per ore come non mi era mai successo, sentendo che non potevo permettermi di fermarmi, aspettare, perdere tempo, perdere il ritmo: uscivo a camminare, tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere. Sono arrivato all'ultima frase negli stessi giorni dell'anno, dentro la stessa baita, sullo stesso tavolo dove avevo scritto la prima. Così come avevo pensato comincia!, ho pensato: ho finito. E adesso è questo libro che esce oggi. Non so se mi ricapiterà mai, è stata una gran bella avventura.

giovedì 13 ottobre 2016

LA RAGAZZA DEL POETA

Non posso crederci
ecco il tuo fantasma che riappare
logico in fondo
stanotte c'è luna piena
e hai pensato di chiamare me.

Così me ne sto qui seduta
con il telefono in mano
ad ascoltare una voce che ascoltavo
correndo dritta verso il baratro
un paio di secoli fa.

I tuoi occhi mi ricordo
erano azzurri carta da zucchero
la mia poesia faceva pena, dicevi
ma da dove stai chiamando?
Una cabina nel midwest.

Dieci anni fa
ti regalai una coppia di gemelli
anche tu mi prendesti qualcosa
sappiamo entrambi cosa portano i ricordi
diamanti e ruggine.

Tu allora incendiavi la scena
eri già una leggenda
il genio che non si lavava
il vagabondo autentico
cadde tra le braccia proprio a me.

Ci sei rimasto per un po'
come un naufrago scampato alle onde
io una Madonna gratis e tutta tua
la Venere della conchiglia
che ti avrebbe accudito.

Ancora adesso ti vedo per strada
le foglie gialle cadute intorno
un po' di neve nei capelli
ti vedo sorridere dalla finestra
di quella bettola da quattro soldi
su Washington Square
le nuvole dei nostri respiri
si confondono sospese nell'aria
e parlando per me, ti dirò
potevamo pure morire lì.

Ma adesso sostieni che tu
non sei un nostalgico
e allora dammi una parola per dirlo
tu che sei sempre stato bravo a parole
e a restare nel vago.

Perché avrei proprio bisogno di un po' di vaghezza adesso
che tutto mi torna in mente in modo troppo chiaro.
Sì, una volta ti amavo tanto
e se sei venuto a portare diamanti e ruggine
ho già pagato.

(Joan Baez, Diamonds and Rust)



sabato 7 maggio 2016

LO SCRITTORE E IL RIFUGIO

Da un po' di tempo mi gira per la testa l'idea di un laboratorio di scrittura sul paesaggio. Se ci penso mi sembra che questo sia il filo delle mie letture degli ultimi anni, da Hemingway a Karen Blixen, da Thoreau a Sylvain Tesson, da Chatwin a tutti gli altri vagabondi come lui. Non importa che abbiano scritto romanzi, memorie o diari di viaggio, né che raccontino di boschi o città, paesi abitati per molti anni o attraversati in un giorno: i luoghi sono l'oggetto del loro sguardo e scrivere è un tentativo di coglierne l'anima. Non è facile riuscire a dire che tipo di talento sia. È necessario saper guardare, prima di tutto. E amare quel che si osserva, altrimenti non c'è alcun motivo per fare la fatica di scriverne. E poi sapersi nascondere e svelare il giusto, perché si finisce sempre per raccontare, insieme ai luoghi, se stessi. Si tratta, in fondo, del rapporto tra un dentro e un fuori: dove il fuori è il paesaggio, il dentro sono io, e scriverne significa esplorare entrambi.

Ora io so una canzone dell'Africa - pensavo - una canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell'aratro nei campi e dei visi sudati dei raccoglitori di caffé - ma sa l'Africa una canzone che parla di me? Vibra nell'aria della pianura il barlume di un colore che ho portato, c'è fra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome, proietta la luna piena sulla ghiaia del viale un'ombra che mi somiglia, vanno in cerca di me le aquile del Ngong?

Un laboratorio così non si può fare in città. O forse lo potrebbe fare qualcun altro, ma non io: la mia palestra dello sguardo, come diceva un fotografo che amo molto, è la montagna. Così ho pensato di farlo nei rifugi alpini. Ma i rifugi veri, non i ristoranti d'alta quota: quelli che distano almeno un paio d'ore di cammino dalla strada più vicina. Quelli che non stanno su montagne famose ma sopravvivono, per principio e per passione, su montagne in cui di gente ne passa molto poca. Mi piacerebbe andare lì. Ho in mente dei laboratori di tre giorni, in cui si cammina, si legge, si scrive, si sta un po' da soli e un po' insieme, si lavora, ci si riposa, si beve del buon vino. Questo è un annuncio non solo agli scrittori, ma anche ai rifugisti: cerco rifugi belli e isolati che sposino il mio progetto!

Il primo l'ho trovato: è il Rifugio Falc in Valtellina, al Pizzo Tre Signori (www.rifugiofalc.it). I giorni: 2-3-4 settembre. Cerco dieci o dodici coraggiosi che vengano lassù con me. Il luogo è piuttosto selvaggio e l'accesso faticoso: è strettamente necessario sapersi muovere in montagna in autonomia. Per informazioni sul rifugio si può scrivere a Elisa, che lo gestisce eroicamente (info@rifugiofalc.it), per tutto il resto a me. Vi aspetto.