sabato 7 maggio 2016

LO SCRITTORE E IL RIFUGIO

Da un po' di tempo mi gira per la testa l'idea di un laboratorio di scrittura sul paesaggio. Se ci penso mi sembra che questo sia il filo delle mie letture degli ultimi anni, da Hemingway a Karen Blixen, da Thoreau a Sylvain Tesson, da Chatwin a tutti gli altri vagabondi come lui. Non importa che abbiano scritto romanzi, memorie o diari di viaggio, né che raccontino di boschi o città, paesi abitati per molti anni o attraversati in un giorno: i luoghi sono l'oggetto del loro sguardo e scrivere è un tentativo di coglierne l'anima. Non è facile riuscire a dire che tipo di talento sia. È necessario saper guardare, prima di tutto. E amare quel che si osserva, altrimenti non c'è alcun motivo per fare la fatica di scriverne. E poi sapersi nascondere e svelare il giusto, perché si finisce sempre per raccontare, insieme ai luoghi, se stessi. Si tratta, in fondo, del rapporto tra un dentro e un fuori: dove il fuori è il paesaggio, il dentro sono io, e scriverne significa esplorare entrambi.

Ora io so una canzone dell'Africa - pensavo - una canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell'aratro nei campi e dei visi sudati dei raccoglitori di caffé - ma sa l'Africa una canzone che parla di me? Vibra nell'aria della pianura il barlume di un colore che ho portato, c'è fra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome, proietta la luna piena sulla ghiaia del viale un'ombra che mi somiglia, vanno in cerca di me le aquile del Ngong?

Un laboratorio così non si può fare in città. O forse lo potrebbe fare qualcun altro, ma non io: la mia palestra dello sguardo, come diceva un fotografo che amo molto, è la montagna. Così ho pensato di farlo nei rifugi alpini. Ma i rifugi veri, non i ristoranti d'alta quota: quelli che distano almeno un paio d'ore di cammino dalla strada più vicina. Quelli che non stanno su montagne famose ma sopravvivono, per principio e per passione, su montagne in cui di gente ne passa molto poca. Mi piacerebbe andare lì. Ho in mente dei laboratori di tre giorni, in cui si cammina, si legge, si scrive, si sta un po' da soli e un po' insieme, si lavora, ci si riposa, si beve del buon vino. Questo è un annuncio non solo agli scrittori, ma anche ai rifugisti: cerco rifugi belli e isolati che sposino il mio progetto!

Il primo l'ho trovato: è il Rifugio Falc in Valtellina, al Pizzo Tre Signori (www.rifugiofalc.it). I giorni: 2-3-4 settembre. Cerco dieci o dodici coraggiosi che vengano lassù con me. Il luogo è piuttosto selvaggio e l'accesso faticoso: è strettamente necessario sapersi muovere in montagna in autonomia. Per informazioni sul rifugio si può scrivere a Elisa, che lo gestisce eroicamente (info@rifugiofalc.it), per tutto il resto a me. Vi aspetto.





giovedì 24 dicembre 2015

NEVER END PEACE AND LOVE

Seduto a bere tè nero al tavolo di un rifugio, la mattina del quinto giorno, osservo un uomo che recita le sue preghiere davanti al profilo del Machapuchare, la montagna a coda di pesce che domina questa valle. L'uomo brucia il rametto di un sempreverde sotto una fila di panni colorati e mormora qualche parola a bassa voce, forse l'Om mani padme hum che sento cantilenare dai portatori sul sentiero. Il rametto manda un fumo denso, dall'odore familiare, e io sto pensando che ogni gesto di questo mio viaggio è diventato un rito, una ripetizione tranquilla: aprire gli occhi all'alba, arrotolare il sacco a pelo, issare lo zaino in spalla, mettermi in cammino. E poi il tè che mi fermo a bere nei villaggi, il sapore amaro che mi lascia in bocca per ore. E le canzoni di montagna che canto quando la salita si addolcisce, e che un'altra persona, a casa, forse sta cantando con me. Lei ha gli occhi chiari come l'acqua, e i capelli tutti dritti e senza groppi. Mi alzo. Prima di proseguire mi fermo a osservare il rametto spento che l'uomo ha posato su una pietra. Tra gli aghi bruciati c'è una bacca nera e ora riconosco l'odore che sentivo, quello del ginepro che i pastori, da me, incendiano in primavera perché non infesti i pascoli. Cosa importa se ho le scarpe rotte? Io ti guardo e mi sento il cuor contento.


Da cinque giorni ormai risalgo questa valle senza strade, meravigliato dall'esistenza di una civiltà che non conosce l'uso dei mezzi a motore. Novembre è mese di raccolto e fino ai duemila metri ho camminato tra le risaie: ho visto mietere e trebbiare a mano, rivoltare con i piedi il riso al sole. È un viaggio nel tempo per me, questo, prima che nello spazio, come se fossi tornato alle mie montagne di cinquanta o settant'anni fa, e potessi vedere i campi terrazzati prima che il bosco se li riprenda, le case di legno e pietra prima che siano ruderi, gli attrezzi dei contadini prima che, appesi ai muri delle baite, diventino cimeli di cui non sappiamo più il nome. In confronto alla meraviglia che tutto questo mi provoca, i ghiacciai in fondo alla valle sono solo una splendida scenografia. L'Annapurna, il Dhaulagiri, lo Hiunchuli, il Machapuchare, cime di sette e ottomila metri, mi colpiscono meno di una donna nei campi, che lega fasci di spighe spessi come un pugno, o delle gerle cariche dei portatori davanti a me. Io li seguo in silenzio cercando di assumerne il ritmo, la camminata leggera. Uno mi riconosce, dopo due giorni che facciamo la stessa strada, e mi saluta nelle soste, quando posa la gerla e si leva dalla fronte la fascia sudata che sostiene il carico. Nel bosco lo vedo cogliere una pianticella che mi pare un germoglio d'ortica - questo è strano, perché per i buddisti strappare una pianta è grave quanto maltrattare un bambino - e solo più avanti mi spiego come mai: c'è un piccolo tempio lungo il sentiero e il portatore posa il germoglio tra altri fiori, suona una campanella, mormora il suo mantra. Om mani padme hum, dice il mio amico. E io rispondo: Hai mai visto la chiesetta di Transacqua? Col Cimon della Pala sopra i coppi, oh! Mi lecco le dita per non pungermi, raccolgo un'ortica e la poso lì anch'io.


Ieri mattina abbiamo superato l'ultimo villaggio, Chomrong, un centinaio di case sparse tra le risaie, i campi di miglio, i cavalli, le galline, qualche bue solitario, i cani randagi. Dopo un lungo ponte di corda la valle del Modi Khola ha cominciato a farsi stretta e scoscesa come una gola. Un cartello annunciava che stavamo entrando in terra consacrata: da lì in poi era vietato uccidere animali e non avremmo trovato più carne nei rifugi. Ma questo era ieri. Oggi che sono altri mille metri più su, e da un pezzo non ho mangiato che riso e verdura, il paesaggio cambia di nuovo. Il bosco di querce e rododendri si riduce d'altezza fino a un rado canneto di bambù. Cascate sottili, altissime, cadono lungo pareti di roccia nera, le tagliano come lame d'acqua. Le frane crollate nella stagione dei monsoni segnano i fianchi della valle, e in qualche punto lungo le loro scie sgorgano i torrenti sepolti. Io sento l'avvicinarsi dell'alta montagna come un lento entrare in territori conosciuti: e quando infine anche il bambù scompare, e cammino tra le pietraie e la brughiera dei tremila metri, mi sembra di fare il sentiero che percorro mille volte in estate, dalla baita ai laghi e ritorno, verso sera. Che cosa significa questa sensazione? Può darsi che in qualunque montagna del mondo, alla quota in cui il bosco finisce, io mi sentirò così? Qui non ci sono camosci e stambecchi ma le pecore azzurre dell'Himalaya che pascolano in alto, sui dirupi. Alzando gli occhi a cercare loro vedo per la prima volta tracce di neve. Contro il cielo, un volo scomposto di corvi neri e uno più alto ed elegante, un'aquila forse, o un avvoltoio. Si rannuvola, intanto. La morena glaciale comincia qui, a tremila e cinquecento metri, s'inerpica e piega tutta a occidente, e il sentiero la segue docile nella neve. La fine di quella morena sarà anche la fine della mia salita.


C'è una strana nitidezza, una qualità rara di concentrazione, che si raggiunge dopo avere camminato così tanto. Io credo sia per questo che vado in montagna. È proprio come il bosco che si dirada, la gente intorno che scompare, l'aria che perde i profumi d'erbe e sa ormai solo di roccia e neve: anche il pensiero diventa una cosa rarefatta e pulita. Ora so che cosa c'è al campo base dell'Annapurna. Un cumulo di pietre a quattromila metri, e file di panni di preghiere che si agitano nel vento. Davanti, sotto, ai piedi della morena, l'immenso solco del ghiacciaio in ritiro, vecchio ghiaccio grigio coperto di detriti. Poi il tormento dei seracchi e la parete sud dell'Annapurna: ottomila metri di montagna con il nome della dea della fertilità. Ora ci sono proprio sotto, come al cospetto di una cattedrale. È questo che sono venuto fin qui a cercare? La gente come me ha lasciato biglietti di ogni tipo tra le pietre, e mentre mi aggiro sulla morena, cercando un senso alla fine di questo cammino, calpesto senza volerlo uno di quei messaggi. Lo raccolgo e vedo che è una foto in bianco e nero, avvolta in un foglio di plastica che non l'ha protetta dalla pioggia. Nella foto, già abbastanza rovinata, un uomo coi baffi e un lungo cappotto cammina a braccetto di una donna, lei con un'acconciatura d'altri tempi, in un viale trafficato di città. Sorridono. Avranno una trentina d'anni. Hanno addosso l'euforia delle coppie che si sono innamorate da poco e io penso che potrebbero essere in viaggio di nozze. Capovolgo la foto e trovo una scritta in francese: Alla memoria dei miei genitori - Parigi 1954. Poi sollevo un grosso sasso e ce la sistemo sotto, al sicuro.


Di sera i portatori stanno per conto loro in una baracca accanto al rifugio. Sento nell'aria il profumo dell'hashish che qualcuno sta fumando per festeggiare. Mi guardo in giro, il fumatore è un americano con i capelli lunghi. Porta una felpa in cui la parola Nepal compone la frase: Never End Peace And Love. Sono sempre contento di scoprire che l'hippy non è morto. Io invece leggo un libro in cui si dice questo: che non sai mai chi sarà il tuo prossimo maestro, magari è nascosto proprio nella persona che hai accanto, perché i bravi maestri si nascondono e si ritraggono, e tocca a te trovarli. Perciò chissà, mi dico, se il mio prossimo maestro è il fumatore d'hashish o la ragazza dai tratti sherpa che mi sta versando il tè. Sono un po' dispiaciuto stasera, perché so che scendendo la nitidezza scomparirà. Vorrei trattenerla, ma la sto già perdendo. Domani saluterò la neve e mi avvierò di nuovo verso il bosco. Le cose torneranno a farsi confuse. Ma per adesso, per adesso, sto seduto a un lungo tavolo di legno e mi scaldo le mani con l'ultima tazza di tè della giornata. Vorrei una stufa. Vorrei sapere che cosa si dicono i portatori là nella baracca. Mi pare d'essere nel centro esatto del mondo. Sollevo la tazza di ferro e ci guardo dentro, e mi chiedo che cosa sia questo mio sentirmi a casa.

(ringrazio la mia amica Vincenza per le foto)


sabato 21 novembre 2015

NEW YORK STORIES

Esce in questi giorni per Einaudi un libro a cui lavoro da più di un anno. Ma ho cominciato a immaginarlo molto prima, forse in qualche libreria di Brooklyn: un'antologia che raccogliesse, da Fitzgerald in poi, i più bei racconti su New York del Novecento. O almeno i miei preferiti. Non brani di romanzi famosi, né un elenco di grandi nomi: bei racconti scritti da scrittori di racconti, conosciuti oppure no, già tradotti in italiano o no, che ho incontrato nella mia vita di lettore. Ora che il libro esiste penso soprattutto a quelli che mancano, perché non ce li hanno lasciati pubblicare. Joseph Mitchell. Jay McInerney. E in particolare Hubert Selby Jr. Ma ci sono anche i venti e oltre che invece mi fanno luccicare gli occhi, da Cheever a Yates, da Malamud a Capote, da Dorothy Parker a Grace Paley, e giù fino a quelli che ho conosciuto di persona, come Nathan Englander e Colson Whitehead. Ci sono tre italiani (tre sorprese, credo, per diversi motivi). Ci sono portoricani, afroamericani, hippy, femministe, eterosessuali (e altre minoranze newyorkesi). Ci sono scrittrici alcolizzate e scrittori così ridotti in miseria che abbiamo provato a chiamarli a casa, nel Bronx, per chiedere i diritti di un racconto, ma il telefono suonava a vuoto o chi rispondeva non sapeva più chi fossero, e li abbiamo ugualmente pubblicati sperando che prima o poi si facciano sentire. Per me è una gioia da lettore, questo libro. E in tanti sensi una forma di restituzione. È anche una terza guida a New York dopo le due che ho scritto, un'altra mappa possibile: spero tanto che queste mie esplorazioni non finiranno mai. Ora copio qui un pezzo dell'introduzione e vado a cercarmi una Brooklyn Lager per festeggiare.

Se le città fossero opere d'arte, e i secoli gli artisti che le hanno create, New York sarebbe il capolavoro del Novecento. In nessun'altra quel vecchio matto ha messo così tanto di sé. In nessuna possiamo rileggere altrettanto bene che cosa il Novecento è stato: in quali idee credeva, di quali mali soffriva, che sogno di felicità inseguiva, quali incubi lo tormentavano, che cosa ha lasciato di prezioso al mondo e in cosa si è sbagliato, lasciando solo macerie. New York racconta questa storia a chi la attraversa con occhi attenti. Camminare tra il Lower East Side e il Greenwich Village, o pedalare su per Broadway fino a Times Square, o costeggiare l'isola in traghetto da Harlem alla Battery, è come assistere a un'epopea che nasce nell'età del transatlantico e delle grandi migrazioni, supera anni ruggenti, anni ribelli, anni di opulenza e anni di crisi nera, e finisce la mattina d'inizio millennio in cui qualcuno immaginò di distruggere New York. Nove-undici-zerouno: comunque la si pensi su quel giorno, da allora la città che era stata una terra promessa diventò una roccaforte, un simbolo di tutt'altro tipo. Non è una coincidenza che il suo secolo fosse appena tramontato.
Ma i grattacieli sorgono e crollano da sempre a New York, per lei non sono che un cambio d'abito. Di cosa è fatta allora quell'opera d'arte che chiamiamo città? Solo in superficie di case, strade, ponti, fabbriche, parchi, stazioni ferroviarie, porti industriali. Nella sostanza, è fatta di chi la abita. Sono le persone, con i loro sentimenti, le loro relazioni, i loro desideri, a dare alla città la sua anima. E l'anima misteriosamente sopravvive, passa in eredità da una generazione all'altra, mantiene una città se stessa anche se fuori cambia pelle. Perciò per indagare l'anima di New York dovremmo interrogare i newyorkesi. Come stanno? Che cosa vogliono? Le storie di questo libro costituiscono altrettante voci. Insieme offrono il racconto corale di una città e del suo secolo, ora che siamo già abbastanza lontani da ripensarlo come a un tempo che è stato, il passato prossimo da cui veniamo.

Intanto: chi sono i newyorkesi? Nel racconto d'apertura, evocando l'immagine di una nave, Francis Scott Fitzgerald dà una prima risposta fondamentale: New York non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l'ha molto desiderata, e ha dovuto combattere per farne parte. Milioni di persone da ogni angolo del mondo, nel corso del Novecento. Altro che mille luci, vetrine della Quinta Avenue, altezze vertiginose dell'Empire: chi la immagina come una capitale dell'arte, o del lusso, o della moda, dimentica che New York è stata soprattutto la capitale dell'emigrazione, un gigantesco esperimento di convivenza umana. Una città di poveri e di case popolari, di mercati all'aperto, lavoratori a giornata, bande giovanili, mendicanti, folle che ogni mattina si riversavano fuori dai tenement e dai projects. Vita da marciapiede e cultura di strada: è questa la sua natura più autentica. La sua musica è un frastuono di grida, litigi, proteste, suppliche, litanie, in decine di dialetti diversi. Con Fitzgerald lo ripetono tanti altri scrittori: tutti noi siamo arrivati a New York da altrove. Che fossimo i profughi scaricati dai piroscafi all'inizio del secolo, o gli aspiranti qualsiasi cosa sbarcati nei cent'anni successivi. Abbiamo lasciato la nostra casa e siamo venuti qui a cercar fortuna, a rifarci una vita, a liberarci del vecchio mondo e del nostro vecchio io; prima di posare piede a New York l'abbiamo a lungo sognata, invocata nelle nostre preghiere; tutti siamo qui per diventare chi volevamo, e conquistare la nostra parte di felicità.
Non tutti, in questo libro, vengono ricompensati. Anzi: si può dire che a nessuno New York risparmi l'amarezza del tradimento. Dorothy Parker ha scritto il suo racconto più celebre su una bionda finita male, ma ce ne sono parecchie altre, di belle bionde, nelle storie che seguono. È alto il prezzo da pagare quando un sogno così grande ti frega: la solitudine, l'alienazione, la pazzia, e certe volte la morte. Nessuno al mondo è così solo come chi è solo a New York. Nessuna città è altrettanto piena di pazzi. Un uomo che se ne va nella notte, a testa bassa e mani in tasca, in un deserto di insegne al neon e sacchi dell'immondizia: è anche questo, o forse soprattutto questo, la città del Novecento.
A chi non diventa pazzo e non muore a volte succede un miracolo. Perché l'incontro è un miracolo, in una città così. Qualcuno di cui prendersi cura o che si prenda cura di te: una moglie, un'amica, un'amante, una bambina, una gatta. Qualcuno da salvare per salvarsi, perché New York non regali un altro paio d'anime ai suoi cimiteri. Le poche storie di successo in questo libro non parlano di fama o di ricchezza, ma di amicizia e d'amore; e le più tragiche sono quelle in cui l'amicizia e l'amore falliscono, l'incontro non avviene, la cura non funziona, e i dannati precipitano sempre più giù: in un appartamento vuoto o su un letto d'ospedale, dentro la cella di un convento o nel sedile posteriore di una macchina, in qualsiasi altro girone dell'inferno metropolitano.
Infine, qualcuno fa in tempo a salvarsi partendo. E per il resto della vita ripenserà a New York con nostalgia e risentimento. Goodbye to all that: questa città appartiene ai giovani ed è rischioso restarci quando la linea d'ombra è superata, meglio badare alla salute e trovarsi un posto più tranquillo per la vecchiaia. I newyorkesi, conclude Colson Whitehead,  nell'ultimo testo che fa da controcanto al primo, sono anche quelli che se ne sono andati, quelli che se la ricordano com'era prima, quelli che tornano e non la ritrovano più, perchè basta assentarsi o rallentare per essere lasciati indietro. New York va più veloce, New York dimentica. A New York non interessa di cos'è stato, né di chi eravamo noi quand'eravamo lì.

Ogni antologia su New York è solo una delle tante possibili. Non c'è scrittore, americano o no, che passando di lì non abbia lasciato un racconto, un romanzo, una poesia, una pagina di diario. Più che un libro, se ne farebbe una biblioteca. New York Stories non vuole essere la sintesi di tanta letteratura, né una raccolta di nomi e brani celebri, ma piuttosto un filo tirato tra testi che compongono, insieme, un'idea di New York: che è poi necessariamente l'idea mia, quella che mi sono fatto esplorando le sue strade e le sue storie. Per un motivo o per l'altro, mancano autori importanti e di alcune mancanze mi dispiace. È per scelta invece che mancano brani di romanzo, per cui niente capitoli del Grande Gatsby o Colazione da Tiffany, Il giovane Holden o Città di vetro: volevo che il libro fosse, tra le altre cose, una raccolta di storie, così ho limitato il campo ai racconti, alternandoli ogni tanto a testi autobiografici. Nella polifonia di voci newyorkesi ho cercato di render conto almeno delle principali: quella ebraica, quella italoamericana, quella afroamericana, quella portoricana. Accanto ad autori famosi ce ne sono altri, poco conosciuti e in qualche caso mai tradotti, e ci sono anche alcuni testi di scrittori italiani, persone che hanno trascorso a New York periodi importanti della loro vita. Ci sono tante scrittrici per il semplice fatto che mi piacciono le scrittrici e ne ho messe più che potevo. L'ordine cronologico mi è sembrato il più naturale e ho scritto brevi introduzioni a ogni sezione anche perché avevo in testa un modello alto, un'antologia curata tanti anni fa da Elio Vittorini, che si intitolava Americana e ha presentato per la prima volta quei grandi scrittori al pubblico italiano. La storia della letteratura americana ne contiene in Italia una minore, appassionata, a volte clandestina, che è la storia dei suoi divulgatori. Questo libro è il mio grazie ai maestri e il mio modo di raccogliere il testimone, per quello che posso.



sabato 31 ottobre 2015

ANNAPURNA EXPRESS

Domani parto per Kathmandu, faccio un giro in montagna nella regione dell'Annapurna. Vorrei scrivere un diario e anche fare qualche foto. Ma questo non ha nessuna importanza, vorrei soprattutto vedere i paesi e le persone e le montagne di quella parte del mondo.
Nello zaino mi porto:
- un paio di pantaloni, due maglie, quattro paia di calze, quattro mutande, quattro magliette che non mi faranno mai soffrire il freddo (grazie, sorella).
- tuta e sacco a pelo per dormire.
- scarponi, giacca a vento, mantella impermeabile, berretto e guanti per i quattromila metri.
- borraccia, pila frontale, binocolo, macchina fotografica, accendino, coltello (un Opinel n.8 incrostato di fontina).
- medicine: amuchina per depurare l'acqua (cinque gocce ogni litro), antibiotico intestinale e fermenti lattici (speriamo che non servano), aspirine per tutto il resto.
- spazzolino, dentifricio, sapone, asciugamano.
- un cordino, forbici, ago e filo.
- libri: "Il leopardo delle nevi" di Mathiessen, "Diario di una scrittrice" di Virginia Woolf, "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg, "Nepal" della Lonely Planet; una carta geografica 1:100.000 della regione dell'Annapurna.
- due penne, un quaderno, un taccuino, settanta pagine stampate della storia che sto scrivendo.
- passaporto, bancomat, cento euro in contanti, orologio, chiavi di casa.
- niente telefono, niente computer.
- generi di conforto: caffè solubile, liquirizia, una fiaschetta di whisky portafortuna. La fiaschetta l'ho fotografata qui sotto.
Ci si vede in dicembre!


venerdì 16 ottobre 2015

NEVE FRESCA

Ieri poi, nel pomeriggio, ha ricominciato a nevicare.
Neve secca, farinosa, invernale, che il vento faceva turbinare dappertutto, e arrivava a posarsi sulla soglia di casa e sulla legna accatastata contro il muro.
Ma questo cos'è, ottobre?, ho pensato.
Nemmeno i larici avevano fatto in tempo a liberarsi delle foglie.
Non ho più sentito il bramito del cervo né gli spari dei cacciatori.


Di sera sono rimasto vicino alla finestra, leggendo e guardando fuori.
I fiocchi illuminati dalle luci di casa.
Nevicava ancora, e mi ero appena messo su la cena, quando è finita la bombola del gas. La fiammella azzurra è diventata gialla, ha tremolato e poi si è spenta. Addio cena, ho pensato.
Ho incartato quattro patate nella stagnola e le ho buttate tra le braci della stufa, e dopo un'ora le ho mangiate croccanti e bruciacchiate, intingendole nel sale, col vino rosso.


Saranno state le nove e mezza quando mi ha abbandonato anche la luce. La lampadina sul tavolo si è spenta. La canzone di Toni Bruna si è interrotta a metà. Il frigo ha smesso di colpo di ronzare.
Tutta la casa è piombata nel buio e nel silenzio, a parte il crepitio della stufa e un topo che da due giorni scorrazza nel mobile della cucina. La neve fuori non faceva nessun rumore.
Io mi sono rassegnato al coprifuoco, che altro dovevo fare?
Ho tirato giù il divano, ho preparato il letto al bagliore della stufa, l'ho caricata per bene e me ne sono andato a dormire. Ascoltarla scoppiettare al buio mi faceva una bella compagnia.
Dopo un minuto ho sentito un cane che dal suo posto sotto il tavolo veniva a mettersi sul letto, cercando di non farsi sentire, come se potessi non accorgermi di lui. Si è accovacciato giù in fondo e ci ho infilato i piedi sotto.



Nella notte devo aver sognato di scrivere un racconto su un uomo a cui finisce tutto, il gas, la luce, la penna, e la sua vita è ridotta di colpo ai minimi termini, mentre sopra di me, fuori, intorno, nevicava e nevicava.


Stamattina il mondo era una pagina bianca.
Il cielo nitido, di quel blu reso ancora più intenso dai boschi coperti di neve.
Ho fatto un giro per provare gli scarponi nuovi e appena oltre la porta di casa sono affondato fino al ginocchio. Il cane nuotava. I larici si liberavano senza preavviso al primo sole, scaricavano slavine e sotto erano verdi e gialli.


Ho fatto qualche fotografia in verticale perché mi piacevano gli alberi, la neve e il cielo. A casa ho pulito un po' di legna dal ghiaccio, ho acceso il fuoco, mi sono ricordato della bombola. Nemmeno la luce era ancora tornata. Allora ho fatto il caffè sulle braci e il pentolino si è tutto annerito sul fondo.
Quando ho aperto il quaderno la mia storia era lì che mi aspettava: ferma a ieri, a ventisette anni fa, proprio a quella riga, nel punto esatto in cui l'avevo lasciata prima che cominciasse a nevicare.